La tazza marrone

di Marco Maresca

Qualcuno gli porta da bere in una tazza marrone. Una di quelle in terracotta smaltata, sulle quali si possono trovare dipinti i simboli di una città o di un parco nazionale, o il nome della persona amata, magari dentro un cuore rosso fuoco. Una di quelle che si comprano per avere un ricordo impolverato a casa. La tazza, però non ha monumenti raffigurati, né il marchio di un nome speciale. E’ soltanto marrone.

(immagine da www.melty.it) Prendo la tazza dalle mani premurose di Marta e bevo senza fare domande. Tè verde, senza zucchero. Lei mi guarda mentre bevo, accennando a un leggero sorriso. Aspetta con tutta la calma che ha, aspetta che io finisca, poi prende la tazza e la poggia sul tavolino che sta di fronte al divano. Poi si avvicina e, con lo sguardo completamente trasformato, mi bacia.Mi ritrovo sdraiato in meno di un istante, con Marta a cavalcioni su di me. Lei mi guarda socchiudendo gli occhi e accennando, ora, a un sorriso diabolico. Prende una corda che, chissà quando, aveva preparato a fianco del divano e mi lega le mani alla spalliera di legno.

Qualcuno, forse la stessa persona che gliele aveva legate, gli slega le mani. La nera cintura che le immobilizza al lettino si allenta, lasciando circolare finalmente il sangue. Gli tolgono la benda sugli occhi e, infine, liberano anche i piedi. Qualcuno, certamente la stessa persona che l’aveva aperta, richiude la tenda. Inebetito, guardando i presenti con aria smarrita, prende la tazza marrone tra le mani tremanti, e beve.

Marta percorre ogni mio centimetro con una voluttà che non le ho mai visto addosso. I suoi capelli scorrono su di me come un ruscello di acqua ghiacciata. E il contrasto del calore delle sue labbra mi fa tremare di piacere. Io non posso muovermi. All’inizio questa situazione mi indispettisce, perché vorrei tirarmi su, prenderla con forza e capovolgerla sul divano. Poi, man mano che la sua tirannia si fa dolcezza, mi rilasso. E la lascio fare. Fino in fondo. Fino all’amore.

Qualcuno lo fa scendere dal lettino e lo fa sedere sulla sedia che ha portato. Qualcun altro parla sottovoce e poi parla al telefono. E poi parla ancora(immagine da http://it.peacereporter.net/articolo/14663/) sottovoce. Lui, intanto, non capisce cosa stia succedendo, perché è ancora lì… Finisce di bere e poggia la tazza. Non ha più pensieri nella testa. Continua a fissare la tazza per un tempo indefinibile senza che un solo ricordo riesca ad alzarsi dal passato e a scalfire l’angoscia del presente. Poi qualcuno fa un cenno a qualcun altro. Che lo prende per un braccio e lo riporta sul lettino. Che lo lega nuovamente. Qualcuno riapre la tenda. E qualcun altro gli mette la benda sugli occhi, privandolo per sempre della tazza marrone e della vita.

Esausta, Marta si alza. E sorridendo, mi slega le mani. Poi va in cucina. Io accendo la televisione. Stanno trasmettendo il telegiornale. L’inviato dagli Sati Uniti spiega, in mezzo a una folla silenziosa e con una faccia di circostanza, che Mike non ce l’ha fatta. Che dopo una sospensione che aveva fatto sperare, è arrivato il no definitivo alla grazia da parte del Governatore. Che Mike, ormai, è già morto.

Poi Marta ritorna, e mi porge ancora del tè verde amaro in una tazza marrone.

 


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