Se “sognare un re” va oltre il bene ed oltre il male…

di Francesco Bordi

(immagine da http://isbnedizioni.it/)Sognare un re che valore può avere nella vita di ognuno? Certamente la valenza cambia a seconda dell’identità e del sostrato sociale degli individui. Forse alcune persone non sogneranno mai un regnante in tutta la loro esistenza. Ma se la visione notturna in questione è di un Marocchino ed il re menzionato è Hassan II, proprio il re del Marocco alla fine degli anni ’80, allora la stessa espressione scelta per il titolo dello scritto di Abdellah Taïa, “Ho sognato il re”, assume un’accezione ampia e, grazie allo stile dell’autore, amabilmente dilatata.

“Le jour du Roi”, in originale, è un breve romanzo intriso della voglia di quella Primavera Araba che si sarebbe realizzata nel corso del 2011, ma questo odore di libertà che pervade il testo non va confuso con una connotazione politica. Ho sognato il re ha delle tinte molto più universali. La storia vede come protagonisti due giovanissimi di circa 14 anni appartenenti a famiglie dalle estrazioni sociali profondamente differenti. La voce narrante è Omar, ragazzo di un quartiere assai povero della città di Salé, mentre l’altro protagonista è Khalid El-Roule di famiglia benestante e destinato a ricoprire di lustro e onore la sua casata, la sua scuola e tutti gli ambienti che alla fine degli studi avrebbe toccato. A lui, infatti, toccherà l’onore di vedere con i propri occhi Il Re del Marocco che in quel periodo andava per la Nazione onorando della propria conoscenza tutti gli alunni più meritevoli a livello nazionale. L’ennesima “fortuna” ricaduta sul giovane virgulto di una famiglia completa di cameriere, autisti e benessere di varia natura risulta intollerabile all’amico Omar. Il protagonista narrante infatti era da sempre il miglior amico di Khalid. I due non solo condividevano confessioni e segreti più intimi, condividevano anche le storie familiari, oggetti cari all’uno ed all’altro ed avevano addirittura condiviso dei rapporti sessuali, non capendo fino in fondo che valore andava attribuito a quei curiosi accoppiamenti fra di loro. Tuttavia il valore di maggiore intimità per questi due ragazzi del Marocco di quegli anni era proprio la confidenza sugli argomenti scottanti, universali e sociali. Il semplice parlare, anzi… nominare il Re Hassan II in contesti non consueti poteva essere un pericolo. Raccontare un sogno in cui compariva il Re, addirittura nell’atto di rivolgere parola ad un suo suddito e peggio ancora nudo poteva costituire davvero un rischio dalle conseguenze imprevedibili se qualcuno l’avesse scoperto. Dunque mettere a parte Khalid di una serie di sequenze di questo tipo era stata una prova di grandissima amicizia da parte di Omar che per di più era di famiglia umile, socialmente inferiore e sfortunata dal momento che era da tempo priva di una madre (detta “La Puttana”, tra i vari soprannomi che i vicini di casa le avevano gentilmente attribuito) e di un fratello molto piccolo, partiti per il villaggio materno senza aver fatto mai più ritorno. La scoperta pubblica fornita dal direttore scolastico che il suo amico, il suo migliore amico, Khalid avrebbe avuto davvero la certezza di vedere da vicino il re, non in sogno, ma realmente, fa definitivamente cambiare la percezione di Omar di quel ragazzo che apparteneva irrimediabilmente ad un altro mondo. Non è solamente la gelosia di quell’onore ( “Tutti amano il re” ), è soprattutto l’aver tenuto nascosto l’evento a distruggere la psiche e l’autostima del ragazzo che al contrario, rischiando, aveva raccontato il sogno che vedeva come protagonista quel re che il suo compagno avrebbe incontrato: un incontro che nemmeno nel corso della narrazione del sogno, così fortemente ed insistentemente richiesta da Khalid, era emerso. L’episodio di tradimento che già per un ragazzo di quell’età potrebbe generare mostri, nel Marocco del 1987 da vita ad un serie di riflessioni, angosce e visioni che toccano tutte le intimità umane: dalla personalità al rapporto sociale, dalla famiglia alla scuola, dalla solitudine alla protezione. In tutto questo processo affrontato dall’autore in maniera molto leggera (non come contenuti, ma come forma) non è solo un ragazzo, due ragazzi o due famiglie ad essere protagonisti, ma è il Marocco tutto e, in una certa misura, l’intera dimensione umana alle prese con le concezioni di classe. Omar e Khalid si alternano in una danza malata e a tratti reciprocamente piacevole che li vede ora vittima ed ora carnefice l’uno dell’altro. L’epilogo del racconto è brutalmente ed improvvisamente tragico nonché molto ben inserto nella narrazione. La parte finale de “Le jour du Roi” è totalmente inaspettata ma fornisce una chiosa originale che lascia, per chi le vuole riconoscere, qua e là alcune tracce di speranza oppure di rassegnazione, dipende dal valore che il lettore vorrà dare alle sfumature.

L’elemento onirico non è costituito solamente dal sogno vero e proprio. L’intera opera di Abdellah Taïa è pervasa dalle visioni: i deliri del padre di Omar che spera di rivedere tornare sua moglie sebbene questo significhi calpestare la sua dignità di marito, per di più in un Paese come il Marocco. Ancora ci sono le visioni dello stregone “medioevale” Bouhaydoura, al quale la gente locale si rivolgeva in caso di estrema necessità. Lo stesso Khalid racconta per ore storie suggestive circa la fine del mondo ad opera di un sole in grado di distruggere ogni cosa. Sono surreali i discorsi di libertà della madre di Omar, a parere del marito, al momento di andarsene via. Delirante è percepito l’elogio del direttore scolastico sull’operato del più bravo alunno della scuola: Khalid El-Roule. Infine ci sono le visioni di Hadda la cameriera di colore, la “négresse” della famiglia El-Roule che ha un ruolo decisamente suggestivo in maniera altalenante ma intensa nell’economia del romanzo breve. Proprio l’elemento razzista del bianco e del nero, molto nero o poco nero che apparentemente non ha molto senso in una vicenda raccontata in Marocco per chi è non è molto avvezzo alle dinamiche di questa terra, assume nel corso della narrazione una valenza importante ed è il narratore stesso a spiegarlo nell’ambito di una dichiarata lotta umana su più fronti: da un lato la lotta di classe, dall’altro la lotta contro ciò che ognuno si porta dentro sé. Alla luce dell’intera dimensione onirica del racconto occorre riflettere se “Ho sognato il re”, o meglio… “Le jour du Roi” sia veramente il giorno di Hassan II…

Di solito romanzi come quello scelto da esaminare in questa sede hanno il pregio di avere un contenuto piuttosto importante a discapito di una forma che non è all’altezza. Spesso quindi i giudizi letterari in merito premiano più il nobile argomento che spesso esce fuori con difficoltà in considerazione dell’ambiente in cui è concepita la storia e si chiude un occhio sul valore letterario. “Le jour du Roi” ha invece il pregio di essere interessante per il lettore ed ha il merito di spiazzare verso la fine in una maniera poco prevedibile.

La sensazione è che Abdellah Taïa abbia ancora molto da raccontare. Il suo modo di comunicarci le atmosfere “popolari” del suo Marocco è piacevole e dolcemente riflessivo. Si mette a nudo e mette a nudo un’istituzionalità decisamente da rivedere. Il suo “Prix de flore 2010” non è un caso ed anche se i colleghi francesi hanno molti premi letterari, forse troppi (con il rischi di sminuirne la valenza), devo dire che nella stragrande maggioranza dei casi coloro che vengono selezionati hanno sempre qualcosa di bello e di importante da dire.

Al margine della recensione segnalo che nel fruire del testo avevo avuto una strana sensazione circa l’utilizzo dei segni d’interpunzione e più in generale riguardo l’incedere dell’io narrante: espessioni molto semplici, alcuni dialoghi estremamente corti, a volte quasi troncati. Non era spiacevole, tutt’altro, ma avvertivo che probabilmente in originale ci dovevano essere delle strutture linguistiche ed uno stile piuttosto particolari. La conferma mi è arrivata alla fine, leggendo la nota del traduttore che manifestava la presenza di una lingua secca e semplice, poetica con espressioni semplici di quelle che utilizzano spesso i bambini nei loro racconti. I miei complimenti al traduttore Stefano Valenti.

Abdellah Taïa, “Ho sognato il re”, Milano, Isbn Edizioni, 2011 (uscito nel marzo 2012)

Per ulteriori info: http://isbnedizioni.it/

 

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