The Bitter End? I Placebo tornano con il loro settimo album: Loud Like Love

di Marta Salini

(immagine da https://plus.google.com/u/0/+placeboworld/posts © tutti i diritti riservati) I Placebo nascono ufficialmente nel lontano 1994 presentandosi al pubblico due anni dopo con il gracchiante singolo Come Home, lancio del loro omonimo album. Nel corso di pochi anni sbocciano con dischi capolavori: Without You I’m Nothing e Sleeping With Ghosts formano e plasmano il tipico dark sound della band che rimane nel secondo millennio sulla cresta dell’onda con Meds.

Ora, devo ammetterlo:  non sono mai stata molto appassionata della band soprattutto dopo il declino musicale e stilistico con i successivi album. Quando ho ascoltato l’EP B3 avevo totalmente perso le speranze che potessero mai piacermi. Infine, il singolo che aveva anticipato quest’estate la loro settima fatica, Too Many Friends, non mi aveva affatto incuriosita.

Dopo vent’anni di carriera, e menomale, partoriscono Loud Like Love uscito in Italia il 17 Settembre. Ci provo e mi forzo all’ascolto: rimango incredibilmente colpita al primo, catturata dal secondo ed infine completamente rapita dal terzo.

Grazie al fatto di non essermi  mai innamorata della loro musica e di non aver mai apprezzato la voce di Brian Molko fin’ora, sono riuscita ad apprezzare tanto oggettivamente quanto soggettivamente il loro ultimo lavoro.

Caratteristica primaria è la forma circolare: le dieci tracce riportano, ricordano, mescolano ma mai stravolgono il vecchio con il nuovo.  Dal carattere più commerciale ma a mio giudizio più maturo emerge spesso la cruda sonorità tanto cara ai fan. Interessante e molto curato l’uso dei synth e dei temi elettronici così come è più attenta anche l’orchestrazione.

Parole struggenti e melodie malinconiche impregnano le armonie strumentali e quella voce che tanto mi era parsa fastidiosa acquista una nuova valenza: Molko è particolare, crea e distrugge note, dilata e sospende il tempo delle tracce, solo lui poteva raccontare  così il pathos del sentimento, il rumore che fa.

La prima traccia, omonima dell’album, funge da felice prologo. Su poche note di chitarra e un synth glissato, si alternano strofe e ritornelli molto lontani dalle tipiche sonorità della band: nel finale è anche cantato un coro che farebbe invidia a molte rock band da arena. Quasi non sembrano i Placebo e proprio questo incuriosisce; mi sono chiesta dove sarebbero arrivati dopo un’apertura del genere.

Sopresa sulla seconda traccia, Scene of Crime: tre minuti e ventotto di grande intensità musicale. La traccia si apre tesa su un hand clap che scandisce il tema “synthetizzato” , il brano li porterà entrambi sino alla fine. La batteria entra poche misure dopo, raddoppia e accompagna la forma plastificata elettronica che, acquistando un ruolo maggiore, scorre e si modifica all’interno della canzone: prima melodia, poi ritmo che nell’outro, su tre intervalli di pianoforte, cede il passo all’esplosione degli archi. La voce è ben ritmata e tiene limpidamente la tonalità sugli acuti finali. Assordante la chiusura.

Terza traccia è proprio quella Too Many Friends che poco mi aveva entusiasmata ma, ascoltata non singolarmente, acquista sicuramente un senso logico all’interno del concept:  una denuncia dell’uso di tecnologie, di macchine, per creare legami umani. Abbastanza originale la tematica e sicuramente orecchiabile l’intera canzone.

Hold On to Me preludia pacatamente e mantiene uno dolce strato musicale fino al bridge: lo sviluppo di un concertato che cadenza in un profondo dialogo “molkiano”, trasmette la giusta pace per ascoltare ogni singola voce. La struttura è semplice, nessun trucco e fa tornare alla mente una famosa canzone per dire addio (Song To Say Goodbye).

Maledettamente diversa è Rob the Bank. Il basso pesante e distorto, gli stacchi perfetti di tamburi e chitarre, il suono martellante e cupo fanno rivivere gli antichi Placebo solo in chiave più moderna. Rimane in mente, ti ossessiona con la sua oscura energia.

Al contrario appare invece A Milion Little Pieces, non emoziona strumentalmente se non in coda: “All my dreaming torn in pieces now” recita la voce nel tumulto finale della canzone.

Exit Wounds narra il patimento tragico per una storia finita. Nelle tenebre graffianti di synth e pad rumorosi incalza la melodia  che a metà esplode in corposi suoni di chitarre. Il classico pianoforte sussurrato si fa avanti ad annunciare un soggetto tematico che si strugge dietro la pienezza strumentale. Outro di synth con annuncio di ritornello in coda. Qualche parola in conclusione mentre si spegne tutto l’impianto musicale e si abbassano i volumi.

Verso la fine si toccano i Placebo degli esordi. Purify richiama Bitter End: incalzante e aggressiva sul tema erotico dell’amore.

Meravigliosi gli ultimi due brani. Begin the End è un rimpianto, una richiesta, forse una scusa. Su un ritmo semplice che si amplifica sempre di più, su amareggiate sfumature, si fanno avanti alcune melodie ben riconoscibili: l’impasto armonico, arricchito maggiormente alla fine, trova sovrana la voce del cantante.

Bosco è la perla finale: così pacata e dolorosa nelle parole “And when I get drunk, you take me home and keep me safe from harm”, commuove. E’ la traccia più lunga che aleggia nei ritornelli appassionati e si dimostra sincera nelle strofe. Abbraccia e travolge.

Arrivata a questo punto non resta che porci una domanda: Loud Like Love è un nuovo inizio o la giusta fine dei Placebo? Buon ascolto.


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