Francesco Nuti pubblica la sua autobiografia: SONO UN BRAVO RAGAZZO Andata, caduta e ritorno

di Fabio Migneco

(immagine da http://www.facebook.com/photo.php?fbid=251980078172257&set=a.163692783667654.25979.146092482094351&type=1&ref=nf)Siete avvertiti: questo è un articolo assolutamente di parte. Francesco Nuti è un protagonista dello spettacolo italiano che amo particolarmente. E con Nuti non ci sono mezze misure, o lo si adora incondizionatamente, oppure lo si detesta.

Da bambino cantavo Puppe a Pera senza nemmeno capire cosa volesse dire, crescendo ricordavo alcune scene dei suoi film, fino a quando negli anni del liceo, giusto poco prima che tornasse nei cinema con Il Signor Quindicipalle, recuperai tutta la sua filmografia in VHS e scoprii il perché sotto sotto mi fosse sempre piaciuto. Un autore e un attore come non ce ne sono più stati, nel recente cinema italiano, lunare e lunatico, poetico, malinconico, sfrontato, esagerato, surreale. Con quei ricci scomposti e gli occhi vispi, proprio come l’amato Pinocchio, il sorriso sornione e la fossetta sul mento, l’aura di tombeur de femmes sempre dietro di sé, a riempire le pagine dei giornalini di gossip.

Capace di regalarmi decine di frasi e modi di dire che ho riciclato negli anni, come il celeberrimo “m’ha lasciato ma l’ho deciso io, perché l’ultima decisione spetta, a chi spetta? Spetta all’omo!” e molti altri, nonché momenti di assoluta e geniale poesia (la scena del canarino morto in Son Contento, le camminate all’alba in Caruso Pascoski, o l’amore che diventa follia in Donne con le Gonne).

Proprio quando era tornato alla ribalta, con Quindicipalle prima, Io Amo Andrea e Caruso zero in condotta poi, dopo qualche anno di silenzio, dopo un certo ingiusto ostracismo e dopo essersi un po’ perso dietro lo scombinato ma a tratti geniale OcchioPinocchio, film che ancora oggi caparbiamente non rinnega e anzi rifarebbe come e meglio di prima (magari senza quei tagli che gli imposero), ecco riaffiorare mostri mai sopiti: l’ansia del successo a tutti i costi, l’alcol, la depressione. Eppure il buon Cecco di Narnali si è sempre ripreso. Periodicamente affiorava qualche nuovo, intrigante progetto.

Come il cd antologico StarNuti, dove raccoglieva tutte le musiche dei suoi film, spesso stupende, realizzate da e con il fratello Giovanni, con qualche inedito che faceva ascoltare al pubblico una voce diversa dal passato, più roca e profonda, malinconica e vissuta, ma sempre emozionante, come nel bellissimo brano Non tenermi qui. Una voce che ora non possiamo più sentire.

Perché il destino è sempre beffardo e mentre Nuti andava avanti e progettava nuovi film, un recital teatrale e un’autobiografia, nel  settembre 2006 entrò in coma a causa di un ematoma cranico dovuto ad un incidente domestico. Da lì inizia un lungo calvario di interventi, uscita dal coma, prima riabilitazione, ritorno a casa e notizie sempre più rare sulle condizioni di salute. Contemporaneamente al solito recupero tardivo da parte di media e addetti ai lavori, gli stessi che lo snobbarono o bollarono come inaffidabile per anni e che ora non si vergognano minimamente di sbandierare riconoscimenti allo stesso artista sul quale hanno sparso fango per anni.

Ma Nuti, caparbiamente, con l’aiuto dei familiari e degli amici veri di sempre (come il regista Giovanni Veronesi che con lui mosse i primi passi e col quale ha un’amicizia che definire semplicemente così è riduttivo) è rimasto sempre aggrappato alla vita e, dopo alcune discutibili apparizioni televisive, non appena ha riscontrato un quadro clinico generale migliore di quanto non possa sembrare a prima vista (il regista è costretto quasi sempre a stare sulla sedia a rotelle, il braccio destro paralizzato e non parla a causa della disartria che lo affligge), continua a lavorare su sé stesso (costanti sedute di fisioterapia e riabilitazione, nuoto, camminate per quanto possibile) e per il suo pubblico, conscio del fatto di essere vivo e di avere ancora qualcosa da dare.

E’ con grande entusiasmo che presenta prima un nuovo cd Le Note di Cecco, con brani dai suoi film e alcuni dal periodo del cabaret, finora inediti e uno di poco prima dell’incidente, Marilyn, dedicata alla Monroe; poi una mostra di suoi quadri, tutti aventi come soggetto Pinocchio, attualmente in esposizione a Prato, dove all’Opificio John Malkovich si stanno tenendo e si terranno tutta una serie di iniziative legate a Nuti e al suo cinema; e ora con l’autobiografia(foto da http://blog.leiweb.it/novella2000/wp-content/blogs.dir/14/files/cache/10511__x_fra-nuti-02.jpg) covata da anni e finalmente pubblicata per Rizzoli.

Sono un bravo ragazzo, titolo di sicuro impatto impreziosito dal sottotitolo ancora più azzeccato, Andata, caduta e ritorno, è scritto da Nuti e curato dal fratello Giovanni, sempre più portavoce in questi ultimi anni.

E a proposito di voce, magari non possiamo più sentirla con le orecchie, ma se usiamo gli occhi, il cuore e tutto il resto, scopriremo in poche pagine che la voce del Nuti che abbiamo amato è ancora qui.

Sì, perché nella sua semplicità e agilità di lettura il libro dimostra come dentro ci sia davvero tutta la vita di Francesco Nuti, uno che, come recita la quarta di copertina (dove campeggia una foto scattata ora dalla nipote Margherita) prima era uno che “si finiva dalle seghe, poi il successo e fica a palate, poi dopo merda a palate. Ma ora non mi lamento. Sto pagando il mio conto con il destino. Se la vita sarà lunga, sarà lunga anche la mia storia”. Il tono è questo, diretto, sincero, come i personaggi dei suoi film, anche a costo di sembrare un po’ folli o persino scomodi e inopportuni. Ma sempre autentici.

E così sono i racconti di questa autobiografia che salta di palo in frasca lungo il filo della memoria, tentando di acciuffare gli episodi più significativi di una vita singolare. Ed ecco sfilare l’infanzia e l’adolescenza (testimoniate anche da una serie di foto personali a corredo del testo), la passione per il calcio che lo portò nella nazionale Under 14 gomito a gomito con un certo Paolo Rossi, la Rivista delle Pagliette del Buzzi, dove da perito tintore divenne attore, l’avventura e la rottura con i Giancattivi, il babbo Renzo, le donne (ma la più bella è Ginevra, mia figlia, dice ora), l’abbandono, i silenzi, i progetti nel cassetto, come quel soggetto de I Casellanti, un film da farsi che forse prima o poi farà. E ancora la rivalità con Troisi, che non nega di aver invidiato molto all’epoca, i giudizi sulle sue opere (“i primi quaranta minuti di Occhio Pinocchio sono un po’ di cinema!” E non ha nemmeno poi così torto… non c’è mai stato un comico capace di girare e di usare la macchina da presa così bene come fece in più di un’occasione lui) e molto altro ancora.

Una testimonianza preziosa questa che il regista e autore toscano regala al suo pubblico, che tanto affetto ha continuato a dimostrargli in rete in tutti questi anni difficili, che hanno purtroppo contribuito a far parlare più dell’uomo Nuti e della sua personalissima via Crucis che dell’artista, che pure ha dato tantissimo al nostro cinema. Sarebbe molto triste se le nuove generazioni non lo conoscessero. Forse è anche per questo che ho sempre continuato a citarne le tante battute, le situazioni o i dialoghi tanto paradossali da entrare subito nella memoria, come quello sugli insaccati rapportati ai partiti politici. Per ricordare e far ricordare che c’è stato un signore che un tempo incassava come e più dei blockbuster americani e che seppe inventarsi un mo(n)do tutto suo di fare cinema e spettacolo. E se non volete credere a me, leggete allora cosa ebbe modo di dire al riguardo il decano dei critici italiani Gian Luigi Rondi, recensendo nel dicembre 1985 su Il Tempo la deliziosa fiaba moderna Tutta colpa del Paradiso: “A differenza di Casablanca, forse, non è questa la regia di Nuti che più mi convince, ma mi trova invece consenziente fino in fondo il suo modo di recitare, la sua sincerità totale e, nello stesso tempo, la sua sapienza nel costruirsi ed inventarsi; con modi ed accenti ora tutti umanissimi ora, appunto, una nota sopra la realtà e la cronaca, quasi alla stregua di un ‘Pierrot lunaire’. Seguite le sue pantomime (mi ha ricordato Barrault e Marceau), ascoltate il suo parlar dentro, senza nessi né logica, verificate le sue altalene fra umorismo e rassegnazione (tra farsa e dolore, addirittura) e non potrete fare a meno di riconoscere che, forse più di prima, in lui il cinema italiano ha un attore di qualità straordinarie”.

(foto da http://www.vinile-myrope.com/lenotedicecco/files/2010/11/155056_162654030438196_146092482094351_251354_266457_n.jpg)I film di Nuti sono tutti particolari, anche quelli imperfetti, anche quelli sbagliati, anche quelli dove l’ego esonda e invade ogni fotogramma, o dove l’insieme sfugge un po’ di mano. La sua capacità di creare atmosfere uniche, come nel sottovalutato Stregati, fatto all’apparenza di pochissimo, è davvero rara e non ha eguali nella commedia nostrana.

Ci sarebbero da dire mille altre cose su Nuti, sia sull’uomo che sull’artista, capace anche di tirare fuori dal cilindro un brano come Sarà per te e un altro come Se l’hai vista camminare, cosa che a molti cantanti di professione non riuscirà mai, ma un paio di cose le vogliamo dire, quella che veramente ci sentiamo di dire a Nuti è un sincero in bocca al lupo, pieno di affetto, un augurio a continuare su questa strada di riabilitazione psico-fisica e di progetti lavorativi da portare avanti, non ultime le due sceneggiature che già gravitavano prima dell’incidente: Olga e i fratellastri Billi e Solo quando potrò cullare un bambino. Antonioni diresse anche quando era gravemente malato. Nuti non è Antonioni certo, ma quanto a spirito non è secondo a nessuno. Ci mancano i suoi film, fatti a suo dire di “un poker d’assi: titolo, geometria, improvvisazione e silenzio” e ci piacerebbe che in qualche maniera riprendesse quel modo di fare cinema che aveva iniziato a sperimentare con Io Amo Andrea, con un occhio al passato ma la mente rivolta al futuro, ormai padronissimo del mezzo cinematografico.

La seconda è per tutti voi lettori che non ricordate bene il suo cinema oppure non lo conoscete proprio: i DVD ci sono quasi tutti, ogni tanto passano in TV, in rete volendo si trova tutto. Guardate e diffondete il cinema di Nuti, se lo merita. E leggete questo libro autobiografico, la Rizzoli lo ha già messo in ristampa, insieme alla monografia di Matteo Norcini che in tempi non sospetti gli dedicò il poderoso saggio Francesco Nuti. La vera storia di un grande talento (che è poi la definizione di sé stesso che Nuti ha dato in una delle sue ultime interviste parlate ai microfoni del Tg1 e di Vincenzo Mollica).

Dentro c’è tutto quello che vi serve sapere.

Nuti, Francesco, Sono un bravo ragazzo, andata caduta e ritorno, Milano, Rizzoli, 2011.

Per maggiori info:

Norcini Matteo, Bucci Stefano, Francesco Nuti. La vera storia di un grande talento, Empoli (Firenze), Ibiskos Editrice Risolo, 2009

In : Saggistica

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