I Giapponesi e l’aldilà tra shintoismo e buddhismo

di Serena Strianese

(immagine da versoriente.net)

Tokyo東京, Ueno上野, tempio Toshogu東照宮. Un inchino leggero dinanzi all’altare, poi il suono della campana, il tintinnio dalla monetina che cade nella cassetta delle offerte, preghiera, battito delle mani, preghiera, inchino leggero. Un rituale colmo di fascino, magia e mistero che anche io avevo deciso di cominciare a praticare. Ed eccomi lì, al fianco di altri fedeli a imitare i loro gesti, a cercare come tutti di destare l’attenzione di Tokugawa Ieyasu徳川家康, la divinità del tempio, per indurlo ad ascoltare le mie preghiere, affidargli le mie speranze e i miei sogni. Così per anni ho continuato a tornare lì, come se per me, di cultura cristiana, il rituale scintoista fosse la cosa più naturale del mondo, come se la mia cosmologia non differisse da quella giapponese.

La nostra cultura occidentale è basata su una cosmologia verticale, di matrice cristiana, che vede l’universo diviso in tre livelli, così come lo descrive Dante nella sua Divina Commedia, per intenderci: il mondo umano/mortale è posto al centro tra il Paradiso, che si trova nei cieli, e l’Inferno che sta nelle viscere della terra. Cos’, sono diventate abituali affermazioni come “Dio dimora nel regno dei cieli”, “ci veglia dall’altro dei cieli”, e di solito un cristiano rivolge al cielo le sue preghiere. In alcuni casi la divinità si manifesta tra noi con apparizioni, ma il Paradiso resta sempre ben separato dal mondo umano. Di conseguenza, io, occidentale, la divinità del Toshogu, Tokugawa Ieiasu, la vedevo lì, “al di sopra di me”, beata nel regno dei cieli! Ma un giapponese?

Dove si trova per i giapponesi l’aldilà?

Ho imparato in università che una domanda semplice non presuppone necessariamente una risposta del medesimo tipo. In questo caso, la cosmologia giapponese non si articola in modo altrettanto distinto come la nostra: il Paradiso può essere situato su questa terra, o al di là del mare, o su una montagna O negli abissi marini, oppure su, nel cielo. Vi sono casi in cui i kami (gli dei) dimorano lontano dai mortali, altre volte possono essere fra di noi, come se il regno umano e l’aldilà non fossero separati. Questa visione contraddittoria, questo sovrapporsi di cosmologia orizzontale e verticale, è derivata dall’incontro e dalla commistione di antiche credenze con le idee buddiste filtrate attraverso la Weltanschauung giapponese.

Tramandata oralmente, la più remota cosmologia giapponese ci presenta una terra miracolosa conosciuta come Tokoyo常世, o come Nirai ニライ, ubicata lontano, al di là del mare. Era la dimora dei marebito稀人(detti anche mayonokami o agama), che sovente comparivano nel nostro mondo, ospiti soprannaturali portatori di fortuna e prosperità. Tuttavia, Tokoyo era spazialmente ambivalente: poteva trovarsi contemporaneamente sopra e sotto il mare. Ed eccoci di fronte alla coesistenza di una cosmologia verticale e orizzontale! Con il trascorrere dei secoli, il regno miracoloso di Tokoyo lasciò il posto a Ryūgū竜宮, il palazzo del dragone: laghi e stagni divennero potenziali ingressi per un regno pieno di tesori, piaceri e creature mitologiche. Allo stesso tempo però, si credeva che caverne e tombe fossero punti d’accesso per un villaggio paradisiaco chiamato Kakurezato隠れ里: ecco ancora entrambe le cosmologie, orizzontale e verticale. La migrazione della popolazione verso le montagne aggiunse un ulteriore elemento alla visione giapponese dell’universo: la montagna cominciò a essere concepita come dimora degli dei.  E il più antico documento letterario della storia nipponica, il Kojiki古事記, dipinge l’universo strutturato in tre livelli “verticali”: come nella cosmologia occidentale, il mondo umano era situato nel mezzo tra un regno superiore, Takamagahara高天原, regno dei kami, che si trovava nel cielo, e un mondo più basso e oscuro, Yomi黄泉, destinazione dei morti. Nessuna traccia di connessione tra il Paradiso e il mondo degli esseri umani.

Nel 522 il Buddhismo penetrò in Giappone grazie al re coreano Kudara Song Myong, che, in segno di amicizia, inviò all’imperatore Kinmei una statua di Buddha, dei sutra (gli insegnamenti) e alcuni monaci con il compito di spiegare quel dono. Da allora, il nuovo credo si diffuse in Giappone senza incontrare particolari difficoltà, proponendo una inedita cosmologia verticale basata su una “polarizzazione etica”. Il centro dell’universo buddista è rappresentato da una montagna, pilastro dell’universo. Questa è divisa in 6 livelli o rokudō六道: tenjindō 天神道 (regno dei kami), ningendō 人間道 (regno degli umani), ashuradō 阿修羅道 (regno dei titani), chikushodō 畜生道 (regno degli animali), gakidō餓鬼道 (regno degli spiriti dannati) e Jigoku 地獄 (l’inferno).  Ogni essere umano è spinto attraverso questi 6 livelli/regni come premio o punizione finché non raggiunge il Nirvana o Terra Pura, situato lontano da questa terra, sovente  A ovest. Secondo alcuni studiosi tuttavia il popolo non abbandonò immediatamente le credenze shintō神道, anzi, sembra che all’inizio il buddhismo fosse accettato esclusivamente dall’élite sociale, mentre le masse rimanevano legate agli antichi riti. Fu l’introduzione dell’honji-suijaku本地垂迹 (letteralmente, “tracce del terreno originale”) nel 901 a favorire la diffusione del buddhismo su larga scala, via via integrato con le antiche credenze radicate nell’immaginario collettivo. Il risultato della fusione non fu una nuova idea di cosmo, ma semplicemente un’ulteriore aggiunta alla visione preesistente: così, cosmologia verticale e orizzontale continuavano a coesistere.

Ma allora, tornando alla nostra domanda, dove si trova per i giapponesi l’aldilà?

“Prese la mano dell’Imperatore Antoku /  E lo condusse al lato della nave. / “Dove stiamo andando?” chiese lui. / “Questa terra è piena di traditori, / Un posto odioso e vile, / Ma il Regno della Suprema Beatitudine, / Un posto meraviglioso, si trova sotto le onde; / Andremo lì insieme.”[…]

Disse, “Ho capito,” / E, voltandosi verso est,/ si accomiatò dalla Splendente Signora, / Amaterasu, La Grande Dea. / Poi si rivolse ad ovest/ Per chiamare dieci volte il nome di Budda.”

Forse l’unica risposta possibile sta in questi versi, tratti dalla pièce Nō, Ohara Gokō大原御幸(La visita imperiale ad Ohara), e da me liberamente tradotti.

 

Per saperne di più:

·         Carmen Blacker, The Catalpa Bow: A Study of Shamanistic Practices in Japan, Japan Library, Richmond, 1999.

·         Massimo Raveri, Itinerari nel sacro. L’esperienza religiosa giapponese, Cafoscarina, Venezia, 2006.

·         Paolo Villani (a cura di), Kojiki: un racconto di antichi eventi, Marsilio, 2006.

 

In : Saggistica

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