Istanbul, diventi bellissima quando ti arrabbi

Reportage a cura di Lorenzo Mazzoni (testo) & Fabio Vicini (foto), corrispondenti da Istanbul

 

Istanbul sono le ambulanze che trasportano lacrimogeni, i provocatori, gli scontri a Beşiktaş, Tarlabaşı, Harbiye, le barricate, i gas sparati ad altezza uomo, sono le botte ai passanti, i caroselli dei blindati, gli elicotteri che bombardano in un mal riuscito remake da guerra vietnamita, le forze del disordine all’opera.
Istanbul è “Ticket to ride” che esce dagli altoparlanti di un bar a Cucurcuma, sono le notizie confuse che arrivano da Ankara, Izmir, Antalya, Adana, Trabzon, Antakya, Kayseri. È un cartellone con il volto di Hikmet, è una bandiera rossa appesa sopra una delle cupole della moschea di Fatih, sono i musulmani rivoluzionari, uomini e donne insieme, che vengono applauditi dalla folla al loro ingresso a Gezi Parkı. Sono le ragazze coi tacchi alti e le mascherine antigas. Sono i bambini con la maschera di V-Vendetta. Sono i neonati con gli occhialini per ripararsi dai lacrimogeni. Sono gli ultras di Beşiktaş, Galatasaray e Fenerbahçe, uniti nella lotta, abbracciati gli uni con gli altri, che non rispondono alle provocazioni della polizia.
Istanbul sono le mielose stupidate di Erri De Luca, la gente che fugge nelle sale da tè, le forze del disordine che sparano i lacrimogeni dentro le macchine e dentro le abitazioni. Sono un gruppo di giocolieri che intrattengono la folla. Sono una coppia di ragazzi che si baciano dentro un autobus distrutto. È una donna che crea installazioni vegetali usando pezzi di rame e tubi d’acciaio. È un sole che diventa pioggia e poi ancora sole.
Istanbul sono le persone che si improvvisano fotografi e celebrano il cambiamento. È il supermercato a costo zero allestito sui gradini del teatro AKM. È la clinica veterinaria gratuita nel parco, aperta 24 ore su 24, sono i venditori di acqua, le persone che ballano e danzano seguendo il ritmo dei tamburi, è l’Orchestra Filarmonica turca che realizza il concerto più bello dell’anno.
Istanbul è il bambino avvolto nella bandiera nazionale che sfida il plotone di poliziotti, è il ragazzo con la chitarra che suona di fronte alle forze del disordine, è Poma, lo scavatore antipolizia, la macchina rivoluzionaria che si contrappone ai Toma antiterrorismo e agli idranti vigliacchi. È il corteo di Kesk, è il raduno dei curdi che ballano portando sulla testa ritratti di Öcalan, è la protesta delle assistenti di volo della Turkish Airlines.
Istanbul sono i rifiuti, la gente seduta a terra, il tipo che davanti a una vetrina fracassata di Istiklal allestisce il suo banchetto rudimentale e regala limoni solo parzialmente usati, ancora buoni in caso di lacrimogeni. Sono i negozi devastati e già rimessi a nuovo, i cani randagi morti intossicati dai gas intorno a Taksim, la gente che beve birra e quella che beve ayran.
Istanbul sono i lacrimogeni sparati dentro la metropolitana, sono le barricate, la guerra civile di Beşiktaş, i pullman di poliziotti fermi a Fener Iskelesi, lontani dal caos, che organizzano le nuove mattanze, osservati a vista da una signora che porta a spasso un bambino dai capelli rossi. Sono i morti, 5, 4, 3, 2, 1… quanti sono i morti? Quanti i feriti? Quanti gli arrestati?
Istanbul è la protesta che rimpalla in tutta la nazione, è la semplificazione dei media mondiali che si ostinano solo a parlare di alberi o di laici vs religiosi, è la resistenza verso questi dualismi semplicistici e riduttivi. Sono i giornalisti che se ne stanno in pantofole in salotto, gli inviati speciali dal fronte caldo di casa loro. Sono gli opinionisti che non conoscono niente ma pontificano verità assolute.
Istanbul sono gli eroi volontari che con i loro guanti colorati raccolgono l’immondizia dalla piazza, estraggono mozziconi di sigare

tta dagliinterstizi fra i sampietrini, infilano sassi dentro sacchetti per non fornire materiale bellico ai provocatori.
Istanbul sono i maoisti dell’HKP, i comunisti del TKP, sono l’EHP, il SYKP, il BSDP, il SDP, Kaldıraç, gli amici di Atatürk, i musulmani rivoluzionari di AntikapitalistMüslümanlar, l’EMEK Partisi, DIP, quelli di Devrimci Hareket, i curdi del BDP, i kemalisti del CHP. Sono le migliaia di persone che cantano “Bella Ciao”.
Istanbul è la straordinaria società civile. È Abdullah, 49 anni, spazzino, che balla da solo vicino allo stand della delegazione degli studenti leninisti. È Fahriye, 31 anni, artista, che è qui per protestare contro la repressione. È Mustafa, 34 anni, statista, fifone per natura, diventato leone dopo aver visto i massacri compiuti dalla polizia. È Ebru, 24 anni, pubblicitaria, che è a Taksim per affermare che c’è un solo padre della patria, ed è Atatürk. È Batu, 28 anni, cameriere, per cui la democrazia non sono solo elezioni, ma anche rispetto per le persone. È Ayala, che ha 17 anni ed è una liceale, e vuole una stampa libera, un paese libero, una religione libera. È Mualla, 60 anni, pensionata, che viene da Izmir, ed è in piazza per supportare questi giovani. È il popolo, sono comunisti, socialisti, kemalisti, gay, lesbiche, islamici, ultras, tutti insieme per dire basta.
Istanbul è il cantiere demolito di piazza Taksim, la bruttissima statua dell’indipendenza diventata bellissima con tutte le bandiere e i drappi che adornano i bronzei eroi della patria. È il signore che dalla vetrata di The Marmara continua a correre sul tapis roulant e osserva i manifestati che vengono massacrati dalle forze del disordine. Sono i comizi, i volantini, le risate, le chiacchiere. È il ricordo dell’eccidio del Primo Maggio 1977. È l’intifada in salsa turca.
Istanbul è il chiosco di City Travel devastato dagli scontri, con la scritta Partizan a sovrastarlo, i vetri mancanti, il dipendente seduto dentro ad aspettare improbabili turisti. Sono i volantini che fanno analogie, un po’ raffazzonate, fra piazza Taksim e piazza Tahrir. È il venditore di angurie, il venditore di mascherine antigas, il venditore di simit, il venditore di sciarpe con il volto di Atatürk, il venditore di pannocchie, il venditore di köfte . È la gatta della Küçük Aya Sofya Camii che ha fatto un cucciolo che abbiamo chiamato Umut, Speranza.
Istanbul sono
i pescatori sul ponte di Galata, immutabili, che non si accorgono di nulla, o non vogliono accorgersene. Sono i turisti che alloggiano a Sultanhamet, sono le guide che fanno di tutto per spiegargli che Taksim non è in Turchia e li portano a vedere la Moschea Blu. È il derviscio rotante con la mascherina antigas che balla a Gezi Parkı. Sono i deliri del Primo Ministro che dà dell’ubriacone ad Atatürk, che afferma che dietro ai manifestanti ci siano agenti del terrorismo internazionale e che i poliziotti non seguono nessun ordine ma sono solo smarriti ragazzi inesperti. È la borsa turca che crolla dopo il suo discorso.

Istanbul è la scritta su un cartellone appeso a un albero, che è la sintesi perfetta di questa protesta: “Turchia, diventi bellissima quando ti arrabbi”.

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