Perché Sanremo è Sanremo? Perché l’Italia è l’Italia…Riflessioni antropo-politiche sulla cultura popolare contemporanea

di Paolo Favero, docente di antropologia visiva all’università di Lisbona ISCTE/IUL

 

(immagine da http://notizie.liquida.it/2012/02/15/18244956/marinella-venegoni-festival-di-sanremo-pierdavide-carone/)Forse per vera e propria passione antropologica o forse per una sorta di nostalgia tipica di chi vive e lavora fuori dall’Italia, il Festival di Sanremo è per me un evento assolutamente imperdibile. Momento che scandisce l’arrivo della bella stagione, questo spettacolo costituisce soprattutto un condensato delle tematiche che caratterizzano la cultura popolare del Paese del momento. In altre parole se volete capire l’Italia, guardate e cercate di capire Sanremo.

 

Da una prima occhiata superficiale ai contenuti di questo festival emerge l’evidente, ed ormai egemonica, autoreferenzialità che caratterizza molta della cultura televisiva (e non solo) del Paese. La dominante presenza a Sanremo di artisti che hanno fatto successo in altri programmi televisivi altro non è che uno specchio della tendenza al riciclaggio di personaggi, tipica di molti altri ambienti lavorativi. Come tra Banca d’Italia, Fiat, società finanziare e partiti politici così tra Sanremo, “Amici”, “X-Factor” ed addirittura “Io canto”. Per vederne il lato positivo si potrebbe dire che perlomeno da questo punto di vista l’Italia si mostra come un Paese con una “coscienza ecologica”. Una seconda occhiata ci dice anche qualcosa di più. Il festival mostra, infatti, un Paese che, invece di cercare la novità ed il cambiamento, si affida al solito esercito di uomini anziani che riciclano le loro idee e la loro popolarità e si crogiolano nell’autocompiacimento delle prprie sbadatezze, della loro incapacità di parlare l’Inglese (spacciata per una simpatica posizione patriottica) e di adattarsi alle nuove tecnologie (facebook viene da loro presentato ancora come uno sconosciuto oggetto del futuro). Come le nostre classi dirigenti, così i conduttori di Sanremo.

 

Fin qui tutto appare molto scontato e tipico dell’Italia del dopoguerra. Cosa mi interessa fare invece è andare più in profondità ed analizzare come questo festival ci aiuti a comprendere meglio il momento storico in cui viviamo ed in particolare la nuova vena patriottica che attraversa l’Italia d’oggi. Come molta altra cultura popolare italiana di questi ultimi anni il festival mette in vetrina un patriottismo ed una coesione nazionale costruiti attorno alla fede cattolica ed allo spettacolare isolamento di ogni forma di diversità culturale (etnica, religiosa, di genere etc.).

 

Riguardo alla fede, bisogna subito osservare come le tanto discusse affermazioni di Celentano su Avvenire e Famiglia Cristiana invece che segnali d(immagine da http://www.donnatrendy.com/festival-sanremo-2012-ospiti/2322/)i resistenza culturale all’egemonia della Chiesa (come sono stati presentati da molta stampa) altro non sono che segnali di un vero e proprio fondamentalismo Cattolico il cui effetto è infatti quello di rimettere Chiesa, Dio e Fede (ovviamente soltanto nelle loro accezioni Cristiano Cattoliche) al centro degli affari culturali di Stato. Le affermazioni di Celentano hanno, tra le altre cose, contribuito a scatenare l’esercito di “Don” televisivi i quali, come nel caso dell’abbronzatissimo Don Mario, tronista fisso nel programma pomeridiano di Mara Venier, invece che contrariati, hanno ringraziato Celentano per il monito a non scordarsi dell’importanza di Dio. Dio e la Fede sottendono comunque anche molte altre canzoni ed apparizioni: dalla ricerca spirituale di Eugenio Finardi e gli antichi riferimenti al valore della verginità in Dalla/Carone, alle dichiarazioni della ballerina senza braccia Simona Atzori che per descrivere la sua capacità di ballare sostiene di essere sorretta da “ali di angelo”.

 

È nel testo della canzone vincitrice del festival cantata da Emma che la “fede” si mette esplicitamente in dialogo con la “patria” proponendo una sorta di consolidamento “pop” del concordato tra Stato e Chiesa. Per raccontarci una storia di disoccupazione e precarietà la cantante pugliese sceglie la figura di un soldato ed un testo (peraltro criptico scritto da Kekko dei Modà) che recita: Ho dato la vita e il sangue per il mio paese e mi ritrovo a non tirare a fine mese, in mano a Dio le sue preghiere” e poi “ho giurato fede mentre diventavo padre, due guerre senza garanzia di ritornare, solo medaglie per l’onore”. Questa commistura di fede, patria e guerra ri-propone, oltrre un possibile tentativo di provocazione dell’autore, la figura del “soldato buono” una delle rappresentazioni più forti e longeve (nonché politicamente ed eticamente dubbie) della cultura popolare Italiana che congiunge gli scritti di Edmondo De Amicis con il “Mediterraneo” di Salvatores e che è servita, come ci hanno dimostrato molti storici tra cui del Boca e Oliva, ad occultare violenti crimini di guerra (come avvenne in era fascista e durante l’espansione coloniale in Africa). Lascia perplessi che questo inno caritatevole al soldato buono sia cantato da una delle figure più giovani ed arrabbiate del festival nonché un personaggio spesso associato al nuovo femminismo critico ed alla resistenza politica (non ci dimentichiamo che Emma era salita sul palco alla manifestazione del “Se non ora quando”). E’ con stupore che nei giorni del festival, leggo in un’intervista a Repubblica una dichiarazione della cantante la quale, in risposta ad una domanda sul suo rapporto con il fidanzato, esprime il desiderio di diventare mamma con le parole “credo la nostra missione sia procreare, lasciare ai nostri figli un segno di quello che siamo stati noi, dare la vita a altra vita”. Oltre che un pessimo segnale per il futuro del femminismo e della posizione della donna in Italia, il ruolo pubblico di Emma al festival mi istiga anche a pensare che forse questo suo cattolico patriottismo altro non sia che il segnale di un nuovo conservatorismo giovanile all’interno di un Paese ormai irreparabilmente culturalmente invecchiato.

 

Vale comunque la pena di aprire una parentesi sul tema. L’immagine della donna procreatrice a cui fa riferimento Emma funziona paradossalmente bene in un contesto quale quello del festival dove le donne (con piccole dovute eccezioni) appaiono come la somma di parti anatomiche messe a servizio degli uomini di cui fungono da spalla silente. Si è, infatti, seguito con attenzione il collo infortunato della Ivanka, il seno della Canalis (sul quale Morandi ha poggiato la mano per lunghi secondi) o la farfallina inguinale della Rodriguez etc. Viene da pensare che forse negli ultimi diciassette anni ci siamo troppo abituati a questa logica per ancora degnarla di attenzione ed un’altra volta bisogna puntualizzare: come tanta politica italiana, così anche Sanremo. L’arretratezza (e non uso questo termine a caso) delle visioni messe in campo sulla diversità di genere (o d’identità sessuale) diventano però ancora più drammatiche quando ci si sposta a riflettere sulla questione in termini più ampi.  Al fine (forse) di denunciare i problemi di Sanremo con la tematica dell’omossesualità, i Soliti Idioti scelgono la loro abituale gag in cui mettono in scena la parodia di due uomini gay. Tra gridolini, vanità, etc. la gag sfocia nel contenitore Sanremese in un amplificatore dei più scontati stereotipi. A rafforzare questa sensazione sono comunque soprattutto le dichiarazioni spontanee fatte da Gianni Morandi a seguire la loro performance. Dopo il bacio alla francese ricevuto da parte di uno dei due comici, Morandi afferma “preferivo Belen” (l’eco con la frase “meglio appassionati di belle donne che gay” è ovviamente scontato). Avendo forse ricevuto un’imbeccata, il presentatore comincia poi a ribadire con caritatevole intento ed in un numero imbarazzante di volte “io amo i gay, io non ce l’ho con i gay” etc. Una gag che in un altro contesto avrebbe forse potuto avere un carattere liberatorio e di provocazione nei confronti dell’immagine pubblica dell’uomo gay questo siparietto diventa invece allarmante in un contesto caratterizzato dall’ evidente imbarazzo di Morandi (al quale manca soltanto di esclamare “d’altronde anche loro sono figli del Signore”) nonché dagli eventi che lo circondano come per esempio il “ricchione” non censurato dalla RAI all’isola dei Famosi con cui Apicella apostrofò solo alcune settimane prima Cristiano Malgioglio o l’affermazione di Giovanardi sul fatto che per lui vedere due donne che si baciano è come “vedere chi fa pipì per strada”. Non è di certo a Sanremo che scopriamo l’anima omofobica del paese ma di certo li abbiamo la conferma che la cura per questa malattia non è di certo una dose di tolleranza catto-mediatica.

 

(immagine da http://www.direttanews.it/2012/02/14/festival-sanremo-2012-stasera-cominciano-luca-e-paolo-scenario-bellico-per-adriano-celentano/festival-sanremo-2012/)Ritornando per finire sulla questione del patriottismo va segnalata l’esibizione di Alessandro Siani, l’esempio forse più evidente di come una coesione nazionale venga purtroppo costruita a spese della diversità. In un monologo che sembra un copia e incolla di battute scollegate l’una dall’altra, Siani mescola con disinvoltura luoghi comuni con battute a sfondo razziale. All’inizio del suo siparietto, forse per meglio acclimatarsi con il pubblico, il comico napoletano comincia a prendere in giro i musicisti dell’orchestra per essere stai sistemati in ciò che egli chiama “l’acquario”. Scatenatosi contro una musicista Siani esclama “La signora è in pantofole! E’ una cosa imbarazzante!” e, rispondendo poi alla risata di un altro membro dell’orchestra, aggiunge “Il maestro è polacco…non ridere!”. Il pubblico si sbellica dalle risate e mi viene da chiedermi il perché. Ma i Polacchi forse non possono ridere? Oppure forse non dovrebbero poter capire l’italiano bene al punto di ridere alle sofisticate battute di Siani? E cosa ne penseranno di questo i quasi centomila polacchi residenti in Italia? Poco dopo poi Siani attacca anche i Francesi con uno dei luoghi comuni più clamorosi al quale si appigliano i ragazzini italiani nei loro allegri sfottò ai francesi durante le gite scolastiche, cioè denunciando il loro mancato utilizzo del bidè. “Per questo hanno la puzza sotto il naso!” esclama Siani. A questo punto il pubblico va in visibilio. Lo sfogo di Siani è comunque soltanto funzionale al crescendo patriottico che lo porta poi sul finale ad entrare in una barchetta. Da qui, con una musica pseudo-napoletana in sottofondo, egli declama (in un peraltro giusto attacco alla Lega) alcune frasi sul rapporto tra Nord e Sud per poi finire dicendo “L’Italia è come il Mare, indivisibile…Nord e Sud siamo sulla stessa barca, un grande popolo, siamo Italiani”. La standing ovation adesso è garantita come assicurata è anche la triste sensazione di un nazionalismo becero e populista costruito alle spese di tutto ciò che è “diverso”.

 

L’immagine del’Italia che ci ha offerto questo festival è pertanto poco gratificante. Il Paese appare dominato da uomini (maschi) eterosessuali e vecchi, chiuso su se stesso e con poca voglia di cambiare. Questo è un Paese autoreferenziale, trincerato dietro ad una fede cattolica che appare sempre più oggetto di opportunismo e molto raffinato nella sua capacità di mettere all’angolo (tramite paradossalmente la sua spettacolarizzazione) ogni forma di diversità culturale nascondendosi dietro alla solita rassicurante e caritatevole immagine di essere un popolo composto forse da sbadati ed incompetenti ma sicuramente da “brava gente”.

In : Saggistica

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