Scarpe da ginnastica

di Alessandro Cantonetti da Beijing

 

Come al solito. Aveva dimenticato dove aveva messo le scarpe.

– Ma dove diavolo sono andate a finire?! Possibile che ogni volta debba essere la stessa storia? Un giorno o l’altro dovrò farmi un nodo al cervello, forse così riuscirò a ricordarmelo… –

Stava girando come una trottola dentro al bagno in cerca delle sue vecchie scarpe da ginnastica – e sì che si trattava di una stanza da bagno piuttosto piccola, niente a che vedere con quelle immense “sale da bagno” che raccontavano spesso alla pubblicità – quando all’improvviso fu colto da una sorta di illuminazione.

– Il davanzale!! –

L’immagine fece appena in tempo a materializzarsi nella sua mente, che si era già avventato verso la finestra con l’impeto di qualcuno che avesse insperatamente scoperto il modo per aprire un forziere ricolmo di tesori.

– Eccole finalmente! –

Il vecchio, comodo, quasi intimo paio di scarpe era lì davanti ai suoi occhi; le osservò per un istante con profondo affetto. Trovava straordinario con quanta dolcezza ci si potesse affezionare a dei semplici oggetti di uso quotidiano, come sensazioni di familiarità e tranquillità potessero scaturire da cose inanimate. Era sempre stato difficile, quasi doloroso per lui dover gettare via i vecchi calzoni o le felpe ormai sdrucite dal tempo e dall’uso, e infatti lo faceva raramente e con estrema riluttanza. Anche per questo il suo armadio sembrava il regno del disordine e dell’abbondanza al tempo stesso (per non parlare poi del resto della sua casa…). Un visitatore occasionale che lo avesse aperto senza conoscere questa peculiarità del suo carattere, sarebbe rimasto probabilmente sorpreso da tanta varietà di vestiario, o stupito dalla presenza di tanti capi così evidentemente fuori moda. Solo i suoi amici più cari e i suoi familiari sapevano che almeno due terzi di quella messe di abiti erano da buttare, e anche loro spesso stentavano a comprendere il motivo per cui erano ancora lì, “vivi e vegeti” si sarebbe potuto dire. A turno, e a più riprese, tentavano di convincerlo a disfarsi di qualcosa di particolarmente andato, ma raramente i loro sforzi andavano a buon fine. C’era sempre qualche remota, ipotetica e improbabile occasione futura in cui un jeans ormai consunto e consumato in mezzo alle gambe gli sarebbe potuto tornare utile, almeno stando alle sue parole. La sua scusa preferita, che propinava regolarmente a chi gli stava accanto e osasse tornare alla carica sul solito discorso, era quella della leggendaria partita a calcetto o a pallavolo che si sarebbe potuta verificare all’improvviso durante una qualche gita o picnic con gli amici – evento che sembrava ormai più una favola che una reale possibilità, considerando che lui stesso, e quasi tutti i suoi amici, avrebbero avuto a malapena il fiato necessario a giocare cinque minuti; senza contare inoltre che era alquanto inverosimile che proprio quel giorno lui avesse deciso di indossare una delle sue “vecchie glorie” – .

Non meno inflazionata era la storia del fantomatico lavoro pesante che sembrava potergli piovere addosso da un momento all’altro e a cui doveva pur essere preparato; un’eventualità, quest’ultima, sicuramente plausibile, ma non più concreta della precedente. Chiunque lo avesse frequentato appena più di un paio di mesi e si fosse avventurato, suo malgrado, su quel fatidico terreno, conosceva a menadito tutti quei discorsi e sarebbe stato in grado di recitarli a memoria.

Non c’era nulla che non andasse in lui o nel suo cervello, non era pazzo – sebbene in pochi lo avrebbero difeso dall’accusa di essere un po’ “maniaco” – né tantomeno c’entrava la taccagneria o qualsivoglia senso di malsano attaccamento alla sua roba; semplicemente…gli dispiaceva. Provava un sincero rispetto e un profondo affetto per le tante cose che lo avevano “servito” fedelmente per tanto tempo, e non se la sentiva proprio di gettarle in qualche luogo freddo, buio e sporco e dimenticarle come se nulla fosse. Pensava che dopo tanto instancabile lavoro, fosse arrivato per loro il momento di godersi una meritata pensione al calduccio, in posti a loro familiari. Se questo significava avere un po’ meno spazio per lui in casa, be’ poco male.

Non che tenesse tutto, no di certo. Proprio come succede con le persone, c’erano oggetti per lui insostituibili: vestiti e altro che lo avevano spesso accompagnato lungo tutta la sua vita, compagni d’infanzia e di crescita che avevano segnato o colpito in qualche modo; oppure “frequentazioni” più recenti, alle quali però aveva subito voluto bene in modo spontaneo.

Ma c’erano stati anche, come accade spesso, incontri fugaci che non gli avevano lasciato niente, se non una flebile eco nella memoria; di questi si era sempre liberato senza eccessivi problemi, come era normale che fosse.

Diede una rapida occhiata al suo orologio: si stava facendo tardi, entro le 10:00, massimo le 10:30 avrebbe dovuto essere di ritorno per cominciare a lavorare, se voleva davvero portare a termine quell’incarico prima dell’inizio del secolo successivo.

Gli piaceva adattare testi, prendere un brano tradotto grossolanamente e dargli una forma finalmente compiuta, non priva di una certa eleganza stilistica, per giunta. Certo, avrebbe preferito tradurre, ma in quel periodo i suoi “talenti” erano richiesti solo in qualità di revisore e adattatore; e, comunque, di tanto in tanto gli capitava di dover prendere in mano il testo originale per comprenderne le sfumature più sottili o per dirimerne i periodi più contorti, quindi non poteva lamentarsi. Per lo meno in quel modo aveva l’impressione che le sue velleità letterarie non fossero del tutto prive di speranza, e poteva, seppure in maniera limitata, dar sfogo a quel bisogno quasi fisico di “scrittura” che sentiva fin dall’infanzia.

“Maledizione!” Pensò.

Si era nuovamente perso nelle sue fantasticherie. Gli succedeva spesso, specie nei momenti meno opportuni.

“Devo sbrigarmi!”

ripeté tra sé mentre infilava di fretta le scarpe.

“…ora i lacci…e…”

Il rumore secco del laccio consunto che si spezzava risuonò amplificato nella sua mente, simile a un tuono a ciel sereno. L’improvvisa calamità lo colse completamente di sorpresa, lasciandolo sgomento per un istante a fissare il moncherino sfilacciato stretto nella sua mano sinistra.

“Lo sapevo…! Sempre al momento meno opportuno, ma porc…!!”

La rabbia e la frustrazione non riuscirono a dissimulare la flebile vocina che si stava insinuando da una porta di servizio della sua mente: “Imbecille, da quant’è che dovevi ricomprarli?!?”

Non ci avrebbe messo proprio la mano sul fuoco, ma aveva avuto la netta impressione che la “vocina” avesse concluso il suo veloce e impertinente intervento con una risatina alquanto irriverente. Non poteva esserne sicuro, ma si ripromise di accertarsene quanto prima (stavolta fu quasi certo di aver sentito un “se se…” chiosato quasi in falsetto)…

“ Vabbe’, a mali estremi, estremi rimedi.”

Spinse a forza nell’occhiello il segmento slabbrato di laccio rimasto attaccato alla scarpa e sperò che fosse abbastanza lungo da riuscire ad annodarlo una volta per tutte. Con un po’ di buona volontà riuscì ad arrangiare un nodino striminzito, giusto il minimo indispensabile per non perdersi la scarpa per strada, ma si sentì lo stesso molto soddisfatto di sé. Afferrate le stringhe dell’altra calzatura (con maggior cautela questa volta), le annodò più velocemente che poteva e balzò in piedi con espressione trionfante in viso. Ora era pronto per davvero!

Toreador…

Quanto mai inopportune, le note familiari della Carmen di Bizet eruppero dalla stanza accanto con un’allegria che risuonò piuttosto fastidiosa alle sue orecchie.

“E ti pareva che ci si metteva pure il telefonino..?! Ma cos’è, un complotto??”

Il cellulare, invenzione infernale e importuna ai suoi occhi, era una delle pochissime cose a cui non era mai riuscito ad affezionarsi né, tanto meno, a rassegnarsi. Dal primo, regalatogli suo malgrado alcuni anni addietro, ne aveva cambiati già un paio, e senza provare il minimo rimorso; fosse stato per lui, non lo avrebbe nemmeno mai comprato, ma una volta “infettato” dal contagiosissimo morbo del telefonino non c’era più scampo – anche perché praticamente tutti i suoi amici ne possedevano ormai almeno uno -. Così, di tanto in tanto, si trovava nella situazione di doverne acquistare uno nuovo, cosa che faceva malvolentieri e sempre poco prima che il precedente cadesse letteralmente a pezzi, anzi alle volte anche dopo che qualche pezzo se ne era bello che andato.

Il concetto poi del “ cambio di suoneria” era qualcosa di totalmente alieno per lui, relegato nell’angolo più buio e angusto della sua mente. La sua idea di suoneria telefonica era rimasta ferma al trillo simulato dei primi apparecchi elettronici, totalmente impermeabile alla messe, un po’ esagerata a dire la verità, di versi, strilletti, rumorini e canzoncine mono, stereo e polifoniche che il mercato della “telefonia mobile” – simile a un feroce mostro a più teste nel suo limitato immaginario di abbonato fisso – dispensava con una facilità e una varietà paragonabile per vastità solo alla intricata giungla dei diversi profili tariffari esistenti. Figurarsi poi la sua refrattarietà alla nozione che una qualunque suoneria potesse essere sostituita con una nuova e più di moda. Perché farlo poi? Per perdere un giorno una telefonata importante solo per il fatto di non riconoscere la nuova suoneria cambiata appena qualche ora prima perché più “trendy”? Non se ne parlava proprio.

A dire il vero, non essendo granché appassionato di lirica, non era neppure stato lui a scegliere quell’aria della Carmen come suoneria, ma la decisione era stata, per così dire, “pilotata” da una ragazza che aveva frequentato qualche tempo prima e che la considerava la più gradevole tra le poche melodie, rigorosamente monofoniche, in dotazione al suo antiquato apparecchio.

“Pronto?”

“….”

“Guarda…stavo giusto uscendo…”

“…!”

“Senti, facciamo così, ti faccio uno squillo io appena torno, così parliamo con più calma, ok?!”

“..?!..”

“Baci, a dopo.”

Si era liberato dell’improvvido scocciatore in meno di dieci secondi netti, nemmeno un centometrista sarebbe riuscito a fare di meglio.

Il dubbio che aveva avuto fino a pochi secondi prima, si era dileguato come per magia: con un gesto rapido e noncurante lanciò a pallonetto il cellulare verso il letto, dove rimbalzò un paio di volte per poi fermarsi in bilico sull’orlo del materasso, come sempre. Decise che per quella volta lo avrebbe lasciato lì.

Con tre ampie falcate superò l’ingresso e fu quasi oltre la porta; si bloccò all’improvviso, con la gamba sinistra ancora a mezz’aria, incapace per un istante a vincere l’inerzia che continuava a sospingerlo fuori. La coda del suo occhio aveva notato un debole luccichio provenire dal pavimento, proprio di fronte alla piccola libreria in legno ormai strapiena di libri e volumi vari. La fugace scintilla di luce riflessa fu sufficiente a instillare in lui un dubbio, dell’unico tipo che avrebbe potuto farlo tornare sui suoi passi.

Il bagliore proveniva dal bordo dorato del suo segnalibro preferito, il suo compagno di lettura più assiduo, e il più caro da moltissimi anni a quella parte. Chinatosi, lo prese affettuosamente tra le mani quasi a consolarlo e a rassicurarlo, e lo ripose con cura tra gli altri esemplari della sua buffa collezione. Molti, i più vecchi e consunti – anche se non avrebbe mai ammesso che lo fossero – o quelli che, per caso o per fortuna, gli avevano fatto compagnia nelle letture più belle, avevano una loro storia particolare, quasi una loro distinta personalità ai suoi occhi, oltre a un posto speciale nei suoi affetti e ricordi.

Si allontanò con riluttanza, dirigendosi nuovamente verso la porta di casa, lasciata aperta quando si era precipitato a “soccorrere” il vecchio amico caduto in terra.

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