IL GIORNO IN PIÙ (Italia 2011 – Massimo Venier)

di Fabio Migneco

(immagine da http://static.rbcasting.com/8787-il-giorno-in-piu-la-locandina.jpg)Dopo anni al servizio di comici quali Aldo, Giovanni e Giacomo o Ale e Franz (ai quali comunque ha sempre fatto evitare la facile scorciatoia del cabaret filmato, costruendo con loro storie che possono piacere o meno, ma comunque con un capo e una coda e uno sviluppo ben definiti) e Generazione 1000 euro, Venier tenta la strada della commedia sentimentale all’americana contaminata con la sensibilità europea.

Trasporta sullo schermo uno dei best-seller del tuttofare Fabio Volo con la sua attiva collaborazione sia come attore che come co-sceneggiatore. Viene il dubbio che Volo stesso abbia voluto sabotare l’operazione, o salvaguardare l’originale. Se la sua intenzione era fare il classico film che fa ribadire il luogo comune “il libro è sempre meglio”, allora ci è riuscito in pieno. Perché va bene che le pagine vanno sfrondate, che si devono fare gli immancabili adattamenti, ma qui hanno esagerato. Se non fosse per l’assunto e qualche sequenza è tutto diverso. Simile ok, ma con molto meno mordente. Probabilmente Il Giorno in Più è il miglior libro di Volo (e visto l’ultimo sembra quasi certo che rimarrà tale), ha avuto schiere di affezionati lettori e lo hanno trasformato nell’ombra di sé stesso.

Un’occasione sprecata, un filmetto senza pretese, nel solco dei tanti – troppi – visti nelle ultime stagioni (tutti con le stesse facce, e infatti anche qui Citran, Hassani Shapi, cameo della Littizzetto, la Sandrelli; l’unica scelta curiosa è quella di Lino Toffolo). Svolte riscritte ex novo, citazioni cinematografiche più o meno palesi e colte e un finale al quale si arriva con una trovata zuccherosa, macchinosa e volutamente improbabile al tempo stesso, in stile Serendipity. Ma come, non fa altro che menarla con la singletudine, la rivendicazione dei propri spazi e di uno stile di vita altro, non indotto dice lui, con gli attacchi alla coppia e alle sue banalità e poi, alla fin fine va a rappresentare come punto di arrivo le stesse cose che critica col suo fare finto cinico, sfumatura più sfumatura meno. Forse Volo è schizofrenico.

A parte questo, la sua prova d’attore convince anche, ma perché come sempre si limita a rifare sé stesso (per poi dire nelle interviste che in realtà no, non è che il personaggio gli somigli così tanto), ma almeno quel minimo di brio e simpatia ce l’ha. Isabella Ragonese è brava, ha dalla sua una bellezza normale e genuina e sa essere dolce anche quando fa l’acida, ha un personaggio un po’ contorto forse, ma tutto sommato ben delineato, ed è probabilmente la cosa migliore del film.

Che non mancherà di trovare un suo pubblico, anche di estimatori magari, ma che ha gioco facile con chi non ha letto il libro. La confezione è curata (anche se le riprese alla Muccino, con musiche onnipresenti sembrano essere ormai la regola), l’uscita a ridosso delle festività potrebbe giovare, ma da qui a fare di Volo lo Hugh Grant – o simili – all’italiana, ancora ce ne vuole.

Ah, a proposito: non fatevi ingannare dal fatto che ha delegato la regia a Venier. Prima o poi, ci scommetto, ci toccherà anche “un film di Fabio Volo”.

Se proprio deve, che almeno si ispiri alle sue belle prime prove con D’Alatri e non alla maggior parte delle commedie che ha girato poi.

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