Un mondo migliore

di Roberto Ceci © tutti i diritti riservati

 

 

Al piccolo grande Alex,

benvenuto nel nostro mondo

 

 

 

 

 

Matteo si alzò dal letto ancora intontito, si mise una mano tra i capelli e cercò gli occhiali sul comodino. Si alzò lentamente, le gambe sembravano quasi cedere sotto il suo peso, si trascinò fino in bagno e si sciacquò il volto per svegliarsi definitivamente. Si spostò in soggiorno e si mise a sedere. Quante emozioni contrastanti aveva provato durante quei giorni. Soltanto lo scorso mese era nato suo nipote, di lunedì, il primo del mese. Lo stesso giorno aveva ricevuto la notizia dal lavoro: “mi dispiace ma dobbiamo fare dei tagli, lei non ha figli così…”. Licenziato in tronco, aspettava il rinnovo del contratto e invece niente. Non aveva soldi nemmeno per pagare l’affitto. Giorgia, sua moglie, aveva passato gli ultimi giorni ad insultarlo, come se fosse colpa sua, se ne sarebbe andata di casa molto presto. Matteo aveva quarant’anni, una vita passata a lavorare, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Cercava lavoro, ma niente. Per molti era già troppo in là con gli anni, per altri non aveva i giusti titoli di studio per altri non aveva la giusta faccia. Qualcuno gli proponeva contratti a progetto di un mese o giù di lì. Il suo sguardo si soffermò sulla pila di bollette che doveva ancora pagare, sapeva che stavolta non ne sarebbe uscito facilmente. I dati del “Bel Paese” erano quantomeno allarmanti, ma nella gente vedeva una rabbia tutto sommato leggera. Sembravano arrabbiarsi più perché c’era talmente tanto squallore che non farlo avrebbe voluto dire essere ciechi come talpe. Nessuno però muoveva un muscolo. Le manifestazioni erano sempre meno e sempre meno veementi. Le proteste si fermavano nei discorsi dei bar e nessuno faceva opposizione. Nessuno aveva delle idee, nessuno sembrava prendere provvedimenti. Matteo era schifato e disperato. Oggi però per lui era un giorno importante, oggi il Presidente sarebbe passato proprio vicino casa sua. Alla piazza del paese. Lui sì che faceva dei bei cortei. Il presidente sorrideva e buttava lì una delle sue micidiali battute. Ridiamo forte, in fondo è simpatico, ma noi abbiamo sempre le bollette da pagare. Cosa faremo quando le risate saranno cessate? Pensava a tutto questo Matteo e pensava al piccolo Gianluca appena nato. Piccolo e indifeso. Perfetto nella fierezza di essere venuto al mondo. Ma a quale mondo? Matteo non avrebbe certo lasciato correre come tutti gli altri. In fondo qualcosa doveva pur cambiare. Prima o poi. Prese carta e penna ed iniziò a scrivere:

 

Caro Gianluca,

oggi per tuo Zio, per te e tutte le persone di questo paese è un giorno molto importante. Oggi si fa la storia. Penso di scriverti perché non ho la più pallida idea se un giorno riuscirò a raccontarti quello che ho fatto o se altri lo racconteranno per me, ma voglio che tu sappia che lo faccio solo per farti vivere una vita migliore della mia. Io ho sempre lavorato solo per permettermi gioie momentanee e false, ho viaggiato molto cercando di fuggire spesso da qui. Con il passare degli anni le prospettive lavorative e di vita invece aumentare si sono assottigliate fino a diventare praticamente nulle. Mi giro e vedo persone che perdono il lavoro o che sono in cassa integrazione, vedo corruzione, prostituzione e ricatti. Quando arrivo a casa non riesco a vedere nemmeno il telegiornale perché è troppo lo sdegno. Mi sento come soffocare perché so che sarà sempre peggio e so che voi, i nostri figli ne pagherete le spese più di tutti. Forse l’unica via d’uscita è nel gesto eclatante, quello di cui tutti parlano, quello che entra di diritto nei libri e quello che farà fare un passo indietro a questi inutili buffoni. Spero che da queste parole fatte di rabbia e di spavento, tu possa scorgere, un giorno, tutto l’amore che ho nei confronti della vita e nei tuoi, quasi come se fossi un po’ figlio mio. Ricordati di credere sempre in te e di andare sempre contro, la tua voce sarà la cosa più importante non farla toccare a nessuno.

con amore,

tuo zio Matteo

 

Mise la lettera in una busta e andò alla finestra. La gente cominciava a scendere in strada. Bandiere a favore del presidente, foto che lo raffiguravano e la polizia che controllava il tutto a debita distanza. Matteo aprì un cassetto e tirò fuori una scatola. La rivoltella gli era stata data dal nonno quando era piccolo. La settimana prima aveva provato che ancora funzionasse. La pistola sparava regolarmente. Si vestì rapidamente e prese la bandiera che aveva comprato per mimetizzarsi nella folla. Scese in strada, la gente cantava e urlava, lui provava sempre più rabbia. Dovette attendere due ore, poi il Presidente uscì dal palazzo comunale. Il tragitto fino alla macchina blu non era molto, doveva agire in fretta, tutto doveva cambiare. Avanzava a passi decisi, spintonava le persone davanti a lui, quando fu davanti alla staccionata vedeva chiaramente il presidente che sorrideva alla folla. Con un gesto rapido sollevò l’arma, la folla intorno a lui si aprì improvvisamente, tutti erano spaventati. Matteo capì in quel momento che premendo il grilletto ne avrebbe fatto un martire. Non riusciva a prendere una decisione, qualcuno fu più rapido di lui. Due colpi in rapida successione e poi il buio. Il mondo non sarebbe cambiato nemmeno quel giorno.

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