“Di fate, folletti e Resistenza”

di Diego Guglielmi

In giorni segnati da polemiche e spaccature sulle celebrazioni per l’anniversario della Liberazione, il Comune di Modena ha patrocinato una rappresentazione teatrale per avvicinare i bambini al tema della Resistenza: lo scorso 21 Aprile l’associazione CantierArt ha portato sulle scene del Teatro dei Segni lo spettacolo Una bella favola, atto unico scritto da Francesco Bocchi in collaborazione con Daniele De Blasis, che ne ha curato la regia.

CantierArt raduna artisti provenienti da diversi percorsi formativi e professionali – dal teatro di sala a quello di strada, dalla giocoleria alle danze rinascimentali – che mettono a disposizione i propri saperi in laboratori e workshopnel territorio, animano festival ed eventi e mescolano i rispettivi linguaggi in spettacoli colti e accessibili allo stesso tempo.

Una bella favola affida il delicato compito di sensibilizzare i più piccoli ai valori fondanti della Resistenza attraverso una drammaturgia popolata di personaggi fiabeschi, vicini al loro mondo: ci troviamo dunque al seguito di una giovane (Alessandra Amerio), che vaga sperduta tra le colline alla ricerca del proprio nome. Sorpresa nel sonno da due folletti, Segretezza e Volontà (gli autori stessi), che la tengono sospesa per incanto tra il sogno e la veglia, viene condotta nel regno della fata Stensia (Antonietta Amoroso). Il trio di creature magiche la aiuta nella ricerca della propria identità, facendole rivivere in un gioco metateatrale le vicende del suo popolo, gli Irmaes, sottoposto alla tirannia del potente mago Archigò. La vicenda illustra il progressivo risveglio del popolo, abusato e trascinato in guerra dagli incantesimi del mago, fino alla reazione collettiva, che genera una magia di segno opposto.

Lo spettacolo è scandito da musiche originali per cembalo, composte da Davide Vecchi, che sostengono una messa in scena impegnativa dal punto di vista fisico. Un vero “teatro del corpo” che issa il mago sui trampoli, vola su piroette e slanci funambolici, fonde le voci dei personaggi in un canto polifonico. Suggestioni letterarie, echi di arti marziali, tocchi estemporanei di umorismo mettono a portata del giovanissimo pubblico riflessioni fondamentali: che chiunque può trasformarsi nel tiranno e dobbiamo vigilare sempre sulla nostra coscienza; che il tiranno è un colosso dai piedi fragili di fronte all’opposizione di una collettività consapevole e unita; che la libertà è una conquista da declinare necessariamente al plurale.

Culturalismi ha incontrato Francesco Bocchi, poliedrico coautore e interprete dello spettacolo.

Culturalismi: Danzatore, trampoliere, insegnante, attore e autore teatrale. Ti identifichi principalmente in una di queste definizioni?

 FB: A dire la verità, non proprio. In passato ho un po’ sofferto di questa miacondizione, per così dire, ibrida, che spesso faceva sì che gli attori mi applicassero con una certa condiscendenza l’etichetta di danzatore, e i danzatori quella d’attore; in un tempo relativamente breve, però, ho imparato a considerarla non tanto un limite assoluto, quanto una fonte di possibilità ulteriori e inedite. Mi piace pensarmi come un interprete dalle tante anime, incapace di rinunciare ad alcuna di esse.

In merito all’insegnamento teatrale, poi, ammetto che si è rivelato spesso e volentieri un’esperienza da cui trarre ispirazioni, suggestioni, soluzioni: lo dico sempre ai miei allievi, non ci s’immaginerebbe mai quanto s’impari insegnando!

Culturalismi: Qual è stato il tuo percorso?

FB: Ho incontrato il teatro alle scuole medie e ne ho coltivato la passione alle superiori, nello stesso istituto dove attualmente dirigo un quinquennale laboratorio d’arte e tecniche della scena.

Terminato il liceo e iscrittomi al D.A.M.S. di Bologna, presso il cui ateneo ho conseguito la Laurea Magistrale in Discipline dello spettacolo dal vivo, ho fondato un’associazione culturale nella mia città natale, Mirandola (Modena), con lo scopo di promuovere e produrre il teatro sul territorio e oltre, e all’interno della quale ho partecipato a eventi performativi davvero eterogenei (dal teatro di sala a quello di strada, dagli allestimenti dedicati all’infanzia agli spettacoli in collaborazione con artisti visivi, poeti e musicisti).

Parallelamente al teatro curavo la mia formazione coreutica, specializzandomi in danza antica (medioevale, rinascimentale e barocca).

Conclusa l’università, ho cominciato a lavorare presso compagnie professionistiche di teatro e danza, quali Teatro dei Venti, Somantica Project e CantierArt (Modena), Corona Events (Pavia), La Rossignol (Cremona) e Teatro della Memoria (Roma).

 Culturalismi: L’impegno civile e sociale, radicato in Emilia, si riflette nelle attività di CantierArt. Puoi raccontarci la tua esperienza con l’associazione?

FB: Lavoro in CantierArt da ormai tre anni: dapprincipio la mia collaborazione si limitava all’animazione teatrale delle strade in occasione di ricorrenze e manifestazioni quanto mai disparate; in seguito al volontario approfondirsi del rapporto artistico conAntonietta Amoroso Daniele De Blasis e Antonietta Amoroso, ecco che sono nati progetti di sala come, per l’appunto, Una bella favola, e di strada come L’altra metà, spettacolo per due interpreti che, mediante l’uso di maschere e trampoli di varie altezze, acrobatica a terra e sospesa e giocoleria col fuoco, propongono un’umile spiegazione dell’insoddisfazione profonda dell’essere umano e della sua perenne ricerca d’un misterioso qualcosa (o qualcuno) che gli sfugge.

Culturalismi: Come nasce lo spettacolo Una bella favola? Avete incontrato difficoltà nel portarlo in scena? Quale risposta avete avuto da bambini e genitori?

FB:Una bella favola scaturì direttamente da un invito culturale modenese, quando ci venne chiesto: “Perché non mettete in scena uno spettacolo dedicato ai bambini sulla Resistenza?”.

Il primo dubbio, ovviamente, riguardò i contenuti da trasmettere, materia estremamente complessa, densa, aggressiva per un pubblico di piccoli spettatori dalla competenza presumibilmente manchevole in quel senso; ma immediatamente ci balenò l’idea di trasfigurare ogni dettaglio del fenomeno storico in un fatto fiabesco, mantenendone tuttavia inalterati l’identità, l’autenticità intellettuale ed emotiva e il rapporto con gli altri avvenimenti.

Il teatro di strada, l’esperienza nell’animazione e la conoscenza diretta di cosa diverta e renda gioiosi i bambini ci fornirono gli strumenti necessari: i trampoli per ingigantire il timore e nello stesso tempo esorcizzarlo, le bolle giganti per suscitare un’iridescente meraviglia, i burattini per tendere la mano a una tradizione (peraltro ancora forte in Emilia) d’intrattenimento immediato e riso intramontabile, le danze rinascimentali e le tecniche marziali d’Oriente (opportunamente rielaborate e armonizzate alla drammaturgia generale) per trasportare il corpo dell’attore e la mente dello spettatore in una bislacca e sognante dimensione di atemporalità.

Una volta confezionato il tutto, l’ultima domanda, cruciale: che non sia troppo difficile per dei bambini? I più piccoli si perderanno nei meandri d’una storia il cui autentico senso sfugge persino alla maggioranza degli adulti? Alcune prove aperte e anteprime davanti a classi di tutti i gradi della scuola elementare e a piccini di due o tre anni confermarono la validità potenziale della nostra proposta: se il contenuto avesse magari stentato ad arrivare nella sua pienezza, la suggestione, comunque, avrebbe fatto presa – evviva! E questo nei bambini, come straordinariamente anche nei grandi.

 Culturalismi: Puoi darci qualche anticipazione in merito ai progetti a cui stai lavorando?

FB: Multiformi e spesso informi, i progetti attualmente in cantiere. Proprio quest’ultima parola mi spinge, però, a rivelare un’idea emersa ultimamente all’interno di CantierArt, ad accostarsi alle numerose attività già avviate che, naturalmente, si ha intenzione di mantenere e promuovere con zelo incessante.

Daniele De BlasisSi tratta d’una nuova, impegnativa produzione di sala, che mi vedrebbe unico interprete diretto da Daniele De Blasis, dedicata all’analisi d’un fenomeno patologico tristemente diffuso nella società contemporanea… Ma non vorrei anticipare oltre il consentito: spero, a questo punto, d’avere l’opportunità di parlarvene a lavoro decisamente intrapreso, se non compiuto, sempre in questa sede.

Ringraziamo Francesco Bocchi per la disponibilità, con l’augurio di tornare quanto prima a scrivere del suo prossimo lavoro.

Per saperne di più:

www.associazionecantierart.com

www.facebook.com/associazionecantierart

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