IL CECCHINO (Le Guetteur – Francia 2012 – Michele Placido)

di Fabio Migneco

( immagine da http://cdn.blogosfere.it/spettacoli/images/il%20cecchino%20locandina%20placido%20film.jpg )Diavolo d’un Placido! Quella che a molti sembrava una mossa azzardata è in realtà la naturale evoluzione di un cineasta che non ha paura di pensare in grande e di oltrepassare i confini, anche letteralmente, andando a girare in Francia dove i suoi precedenti film di genere (Romanzo Criminale ma soprattutto Vallanzasca, quasi snobbato da noi) hanno avuto ottimi riscontri.

Il regista pugliese realizza un polar duro e puro di poco sotto la media delle moderne pellicole francesi appartenenti a questo genere (ma solo perché il livello di norma è medio-alto quando non altissimo, purtroppo qui in Italia arriva poco e niente…), coadiuvato da un cast di tutto rispetto che vede nelle sue fila nomi eccellenti quali Daniel Auteuil, in questi giorni giurato a Cannes, Mathieu Kassovitz (che aggiunge alla sua galleria d’attore un altro bel ruolo, insieme a quello della sua ultima regia), il camaleontico Gourmet, spesso sapiente caratterista, ma anche Francis Renaud e Nicolas Briancon, oltre agli italiani Luca Argentero nei panni di Nico (e va detto che il ragazzo non se la cava male nemmeno in un ruolo del genere, anzi, se solo si facessero film così in Italia…) e la figlia Violante nel ruolo di Anna (una piccola parte resa in maniera misurata e intensa). La fotografia di Arnaldo Catinari rende magnificamente alcuni scorci di Parigi e le atmosfere di gran parte del film, diretto con ritmo ed essenzialità da un Placido in gran forma, che dimostra una volta di più come certo poliziesco sia il suo pane, a suo agio nelle scene d’azione come nei risvolti più drammatici. Non rinuncia nemmeno a comparire davanti alla macchina da presa, in un piccolo cameo, al fianco di una signora d’eccezione che fa da guest-star non accreditata e che non vi sveliamo per non rovinarvi la sorpresa. Se c’è un difetto è che gli sceneggiatori, Cedric Melon e Denis Brusseaux, hanno messo persino troppa carne al fuoco: non c’è solo il classico gioco del gatto col topo preannunciato dal prologo tra Auteuil e Kassovitz, ma anche rapine e agguati, doppi giochi, amori tormentati, un serial-killer che miete vittime, l’eco della guerra in Iraq con le sue ferite e i suoi scheletri nell’armadio. Il tutto in un’ora e mezza di film, titoli di coda compresi. Imperfetto forse, ma davvero coraggioso e per gran parte riuscito, il film fu presentato in anteprima con successo allo scorso Festival di Roma. Ci auguriamo che trovi un suo pubblico, in sala quanto in home-video, perché casi come questo non siano più, appunto, solo casi ma diventino la norma. Specie se realizzati da autori come Placido che, innegabilmente, il cinema lo sanno fare eccome.

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