Il tempo dell’attesa: Dino Buzzati e il fiume in piena

di Ivan Errani

Tra i diversi temi ricorrenti che sostengono in maniera decisiva l’intera produzione letteraria di Dino Buzzati, uno in particolare merita di essere analizzato con attenzione, poiché è quello che più intensamente permea e alimenta la concezione del fantastico propria dello scrittore di San Pellegrino, a due passi da Belluno. Non possiamo comprendere l’unicità stilistica e tematica che Buzzati ha rappresentato all’interno del panorama letterario del Novecento italiano se non proviamo a entrare in connessione con quelle peculiarità concettuali che lo hanno reso una delle penne più sobrie e incisive del suo tempo.

Il tempo, e il suo lento ma inesorabile scorrere, è il cemento che permette a molti dei suoi scritti di rimanere in piedi. Il deserto dei Tartari, il romanzo che lo ha consacrato verso il grande pubblico e la critica, è un esempio limpido di questo rapporto tra il tempo e l’attesa, altro elemento che entra prepotente nella faretra dei topoi a disposizione di Buzzati. La Fortezza Bastiani è un remotissimo avamposto al limitare di un deserto inospitale e spettrale, una costruzione militare “antica e deserta” dove il tenente Giovanni Drogo passerà l’intera esistenza. Già la descrizione della fortezza nelle parole di un Drogo appena giunto ci fa comprendere come il binomio luogo-tempo sia indissolubile nelle intenzioni di Buzzati: “Pareva davvero piccola in confronto alla visione della sera prima. Dal forte centrale, che in fondo somigliava a una caserma con poche finestre, partivano due bassi muraglioni merlati che lo collegavano alle ridotte laterali, due per parte. I muri sbarravano così debolmente l’intero valico, largo circa cinquecento metri, chiuso ai fianchi da alte precipitose rupi. A destra, proprio sotto la parete della montagna, il pianoro si infossava in una specie di sella; là passava l’antica strada del valico, e terminava contro le mura. Il forte era silenzioso, immerso nel pieno sole meridiano, privo di ombre. I suoi muri (il fronte non si scorgeva essendo rivolto a settentrione) si stendevano nudi e giallastri. Un camino emetteva pallido fumo. Lungo tutto il ciglione dell’edificio centrale, , delle mura e delle ridotte, si vedevano decine di sentinelle, col fucile in spalla, camminare su e giù metodiche, ciascuna per un piccolo tratto. Simili a moto pendolare, esse scandivano il cammino del tempo, senza rompere l’incanto di quella solitudine che risultava immensa”. Il tempo scorre, sempre uguale a se stesso, nella mente e negli occhi di uomini che aspettano, bramano ogni secondo della loro vita nella Fortezza di scorgere in lontananza quei nemici che darebbero senso a tutto. Senso alle rinunce, senso al logorìo quotidiano. Senso all’attesa. Senso all’abitudine e alla monotonia. Ma Il deserto dei Tartari non è l’unico paradigma di questo processo osmotico tra tempo, luogo e attesa. In Sessanta racconti ci sono almeno altri due esempi che svelano l’ossessione di Buzzati per lo scorrere dei secondi. Ne I sette messaggeri, il figlio di un re parte per esplorare i confini estremi del regno, portando con sé sette messaggeri per continuare a comunicare con la capitale. Ma ben presto si accorge che il viaggio non gli permetterà di tornare a palazzo: troppe genti da conoscere, troppi posti da vedere, troppa strada da percorrere. “Ma più sovente mi tormenta il dubbio che questo confine non esista, che il regno si estenda senza limite alcuno e che, per quanto io avanzi, mai potrò arrivare alla fine. Mi misi in viaggio che avevo già più di trent’anni. Troppo tardi, forse”. E ancora: “Procedemmo ancora. Invano cercavo di persuadermi che le nuvole trascorrenti sopra di me fossero uguali a quelle della mia fanciullezza, che il cielo della città lontana non fosse diverso dalla cupola azzurra che mi sovrastava, che l’aria fosse la stessa, uguale il soffio del vento, identiche le voci egli uccelli. Le nuvole, il cielo, l’aria, i venti, gli uccelli, mi apparivano in verità cose nuove e diverse; e io mi sentivo straniero”. Eccolo, il tempo, beffardo e implacabile: o congela l’esistenza o la sconvolge.

E poi, in Paura alla Scala, il tempo diventa orribile a nevrotica attesa di qualcuno che mai giungerà, di qualcosa che mai accadrà. E’ il giorno della prima nel teatro milanese, all’interno la solita massa di intellettuali, brava gente e aristocratici. Fuori la minaccia di una rivolta organizzata dai Morzi, rivoluzionari pericolosi e occulti. Dalla tranquillità sfacciata si passa in breve tempo al terrore di una contaminazione, di uno spargimento di sangue violento e irreparabile. Chiusi nel teatro, dove tutti si sforzano di continuare a vivere come si dovrebbe. “Pochi minuti prima era arrivato l’avvocato Frigerio, uno sempre informatissimo, intrinseco del fratello del prefetto. Era corso alla Scala per avvertire che nessuno si muovesse. I Morzi si erano concentrati in vari punti della periferia e stavano per affluire in centro. La Prefettura era già praticamente circondata. Diversi reparti della polizia si trovavano isolati e privi di automezzi. Insomma si era alle strette. Uscire dalla Scala, per di più in abito da sera, non era consigliabile. Meglio aspettare là. Certo i Morzi non sarebbero venuti a invadere il teatro”. Si aspetta per non fare, per non prendere una decisione, per fuggire il destino.

Ma l’attenzione di Buzzati al panta rei universale risale agli albori della sua carriera. Già nel primo romanzo, Bàrnabo delle montagne, Buzzati sbuccia strato dopo strato l’impianto della propria narrazione scoprendo a vivo il nocciolo contenutistico che lo accompagnerà fino alla fine. In un passo, dalla delicatezza quasi poetica, ci restituisce un’immagine esemplificativa di una potenza disarmante: “Le strade di notte sono solitarie ed è stata vista un’ombra l’altra sera, a San Nicola, vicino alla cappelletta. Qualcuno allora stacca il fucile dalla parete, lo spolvera e compra le cartucce. Resta una lunga macchia sul muro, dove lo schioppo era appoggiato. Eppure sembra ieri l’ultima volta che lo si è adoperato. Bisogna poi vedere come la canna dell’interno si è arrugginita. Pare ieri, eppure adagio adagio la macchia sul muro si è formata. E’ proprio così che passa il tempo”.

E’ proprio così che passa il tempo, e non ci si può far nulla. Buzzati lo ripete in tutte le salse nella sua produzione letteraria: il tenente Drogo aspetta tutta la vita qualcosa che arriverà troppo tardi; il teatro non verrà occupato (ma quanta paura!); quel fucile continuerà forse a sparare, ma la macchia sul muro resterà a imperitura memoria; i messaggeri torneranno a riferire al re, ma il figlio sarà ormai lontano per conoscere le impressioni del padre; e poi la morte, dalla quale non si può sfuggire, ma che bisogna bonariamente imparare a conoscere. Il fiume in piena non si può ostacolare: siamo solo dei piccoli grumi di ghiaia sul fondo del Nilo. Non ci resta che farci trascinare onorevolmente dalla corrente.

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