Se i “condimenti” narrativi possono fare la differenza salvando un menù a rischio: l’ultimo chef cinese di Nicole Mones

di Francesco Bordi

20180330_221840Molti gli ingredienti, molteplici le sfumature, difficile individuarne il vero gusto ma innegabile il senso di soddisfatta sazietà nel finale. Questa la presentazione “culinaria” possibile de “L’ultimo chef cinese”.

Nicole Mones ci offre una storia che personalmente mi ha smosso in più direzioni sensoriali dalle più piacevoli a quelle da dimenticare. Il fatto di non fare a meno di percepire The Last Chinese Chef come un testo appartenente alla stereotipata letteratura sentimentale è quasi innegabile. A supporto del genere, infatti, sono presenti un paio di spesse forzature narrative, tre passaggi fondamentali piuttosto scontati e prevedibili nonché la focalizzazione su gli stati d’animo della protagonista nelle sue declinazioni verso il suo amore passato e quindi verso il suo possibile nuovo partner della vita. Pochi i colpi di scena e troppe le fasi di narrazione piatta. Ma allora PERCHÉ alla fine di tutto rimane comunque la sensazione di aver gradito la tavola apparecchiata dalla Mones? La risposta non sta nell’impianto narrativo che resta piuttosto basico e schematico, ma nei “condimenti narrativi”, vale a dire nei dettagli e nelle digressioni. La vicenda portante si divide in due filoni intrecciati. Una donna americana che riceve un’istanza legale da una famiglia della Repubblica Popolare Cinese in base alla quale suo marito, recentemente scomparso in un incidente stradale, sarebbe il padre biologico di una bimba concepita durante le sue trasferte lavorative in Asia. L’altro binario narrativo si concentra su un cuoco sino-americano che sta partecipando ad un importantissimo concorso nazionale collegato ai giochi olimpici di Pechino. Lei che gestisce una rubrica di cucina per una rivista statunitense andrà nella capitale cinese per verificare la possibilità di paternitá del suo defunto compagno e ancora per realizzare un articolo sulla storia di questo chef, figlio d’arte, dalle complesse vicende familiari. L’esito dell’interazione tra i due è piuttosto prevedibile dall’inizio, mentre quello che non è prevedibile è la grandissima ed apprezzabile descrizione che l’autrice svolge dell’ambientazione cinese. Scopriamo quindi da subito la raffinata cucina nei suoi valori più alti come la necessità di condivisione sempre e comunque, il suo frequente richiamo a capisaldi storico-letterari del Paese o ancora la valenza terapeutica di un singolo piatto pensato per lenire le sofferenze fisiche e mentali delle persone. L’esplorazione dell’autrice però non si ferma qui e ancora ci prpone, alla sua maniera, la filosofia e tuttavia la pragmaticità di un grande popolo, i concetti di tremila anni di storia accanto alla corruzione ed il clientelusmo altrettanto antichi. Aggiungiamo anche, doverosamente, che si tratta di una sorta di “meta-narrazione” poiché grazie ai numerosi riferimenti ad un presunto vecchio testo di cucina ricco di aneddoti che va ad unursi ai racconti del padre di Sam Lang, il protagonista maschile del titolo, le suggestive immagini asiatiche si spalmano attraverso più epoche: Cina di fine ’800 primo ’900, Rivoluzione Culturale ed epoca odierna. Dalla parte femminile invece, nelle pagine dedicate ale sensazioni di Maggie McElroy, spesso il lettore può incorrere in fasi di “stanchezza” che portano a battezzare quelle descrizioni quasi piatte quand’ecco che, come un tuono o come la più imprevidibile delle saette a ciel sereno, compare un’espressione terribilmente evocativa e veritiera, perfetta nella sua articolazione, che ci riconcilia con la scrittura della finalista all’International Kiriyama Prize.

In sostanza la parte avvincente che incuriosisce il lettore non è data dalla vicenda in sé, ma dalle numerose e curate digressioni cinesi e ancora da queste delicate pennellate d’artista che delineano con grazia e precisione le reazioni ai piccoli e grandi eventi della vita. Allo stesso modo accade in cucina quando i grandi condimenti ricchi di storia ed accuratezza salvano o addirittura esaltano le semplici e poco stuzzicanti portate di base.

Saper cogliere la bellezza e la profondità dei messaggi nascosti nel testo è una bella sfida. Il gusto ed il colpo di scena non risiedono nella storia in sé, ma nei momenti secondari che non avrebbero senso di essere così esaltati eppure tutto questo avviene in una maniera così efficace da renderli forse più importanti dello stesso tronco narrativo. Probabilmente ci troviamo di fronte ad un vero e proprio stile che Ms. Mones ha voluto far suo anche rischiando non poco, ma da parte nostra è pur vero che solo rischiando ugualmente si potrà davvero comprendere se quel sapore letterario è effettivamente compatibile con le nostre papille gustative e quindi….

Un sicero buon appetito… a tutti i lettori con l’ulteriore augurio che quel retrogusto sino-americano non sia una delusione, ma una possibile scoperta!

Nicole Mones, “L”ultimo chef cinese”,  BEAT Edizioni, 2017

Prima edizione: Neri Pozza Editore, 2009

Titolo originale: The Last Chinese Chef

 

 

 

Foto di Francesco Bordi ©

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