La limpida onestà di Giorgio Ambrosoli

di Simona Secci

Giorgio Ambrosoli, avvocato milanese, muore la notte dell’11 luglio del 1979, freddato sulla porta di casa con tre colpi di pistola da un sicario del banchiere mafioso Michele Sindona. Un eroe borghese di Corrado Stajano, biografia e giallo fusi in una narrazione dalla drammaticità intensa,  coinvolge il lettore nella matassa aggrovigliata della documentazione scandagliata con un’appassionata indagine: dalle sentenze agli atti delle commissioni parlamentari d’inchiesta, dal diario di lavoro dell’avvocato Ambrosoli alle testimonianze dirette. Stajano ci accompagna in un difficile viaggio nella vita di un «honnête homme di cui si è quasi persa la specie» – secondo l’icastica espressione di Giorgio Bocca –, diventato eroe suo malgrado, in un paese che mal tollera gli uomini liberi, dalla coscienza civile, che non scendono a compromessi, che pongono al primo posto le ragioni morali: «avrebbe potuto vivere tranquillo con le sue serene abitudini e invece, per la passione dell’onestà, si batté contro “un genio del male”». Un viaggio che ci fa incontrare i personaggi di una politica mafiosa, «la politica sotterranea che i cittadini subiscono e il più delle volte non sanno», personaggi di un passato che, a più di trent’anni di distanza, non è mai diventato tale, personaggi quanto mai attuali.

Ambrosoli, nato negli anni trenta in una famiglia della borghesia milanese e cresciuto negli ambienti conservatori della Milano del dopoguerra, intrisa della volontà di ricominciare e di ricostruire, che sarà anche il terreno fertile negli anni del boom per le speculazioni edilizie e gli illeciti finanziari, diventa avvocato, come sognava fin da bambino. Il lavoro in banca del padre padre non ha mai destato il suo interesse. È amara l’ironia del destino: nell’esercizio della sua professione, dovrà trascorrere ben cinque anni nel ventre di una banca, per ricostruire l’ordito delle fosche trame intessute nell’alveo della finanza internazionale dallo spregiudicato banchiere Michele Sindona. Nel 1974 viene nominato commissario liquidatore della sua Banca Privata Italiana. Inizia per lui un faticoso percorso controcorrente nelle torbide e limacciose acque dei poteri sommersi e corrotti che proteggevano Sindona: la mafia, la loggia massonica P2 di Licio Gelli, la finanza vaticana dello IOR, la Democrazia cristiana di Andreotti, l’ala più reazionaria dei circoli americani, i servizi segreti.

Come un mosaicista, ricompone uno ad uno i tasselli delle intricate e sofisticate operazioni di riciclaggio di denaro sporco, gli illeciti canali per l’esportazione dei capitali all’estero; si addentra nello scottante magma illegale dei depositi fiduciari, delle innumerevoli società finanziarie tra loro oscuramente interconnesse come scatole cinesi.

Si oppone pervicacemente alle mediazioni, ai tentativi di salvataggio della banca mandata in rovina da Sindona, promossi da uomini di governo in sintonia con i poteri criminali, la mafia e la loggia massonica P2, registi dell’offensiva sempre più pressante contro l’avvocato: si oppone perché acconsentire a quelle manovre avrebbe significato violare la legge, far pagare il peso finanziario ai cittadini, che l’avvocato aveva il dovere di tutelare. Egli, come risulta dalle annotazioni nel suo diario, è sempre più esterrefatto nello scoprire le diffuse illegalità, connivenze, penetrate in profondità nei gangli vitali del paese, i tradimenti che hanno per protagonisti uomini di alto rango dello Stato, ministri, banchieri: persone che avrebbero dovuto essere dalla parte della legge, dalla sua parte, e invece si rivelavano nemici, alleati tra loro per vanificare la legge.

Si ritrova sempre più isolato, un giorno si confida con un amico: “Mi vogliono bruciare, mi vogliono far fuori? Vogliono uno che non riesca a mettere le mani e gli occhi dove vanno messi?”  Un giornalista gli domanda: “Perché si parla di lei come del nemico di Sindona?” Egli ribatte: “È molto semplice mi pare, sono diventato il nemico di Sindona ma non l’amico dei potenti. Ho dovuto pestare i piedi a troppa gente che sta nel Palazzo”.

Ambrosoli è consapevole dell’impari lotta che sta conducendo: la sua vita è appesa a un filo. La lettera che scrive alla moglie Annalori nel 1975 (ma che poi tiene nascosta, la trova lei per caso, riordinando le sue carte), è un testamento, quasi un addio, ed è altresì la nobile traccia della sua dirittura morale e del coraggio nello svolgere il compito affidatogli con rettitudine, nonostante le minacce ricevute e le pressioni sempre più stringenti cui è sottoposto:

“Anna carissima, […] È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di far qualcosa per il Paese […]. Con l’incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato – ne ho la piena coscienza – solo nell’interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici  […] A quarant’anni di colpo ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito […]. Qualunque cosa succeda, comunque tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto […]. Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il Paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi. Giorgio”.

Anche suo figlio, il più piccolo, Umberto, anzi Betò, come ama chiamarlo, purtroppo capisce, a soli sette anni, il pericolo che incombe sul padre, quando dietro la porta della camera da letto dei genitori sente, a loro insaputa, una registrazione delle terribili minacce di morte, che riceveva, e che una notte fa ascoltare a sua moglie. Cerca di rassicurarlo affettuosamente, dicendogli che si trattava delle telefonate di un pazzo, ma il bambino ha sentito una frase che poteva essere riferita solo a lui, al suo lavoro, allora gli si rivolge come ad un adulto: “Proprio perché sappiamo chi sono, non lo faranno mai, non uccideranno. Sanno che noi pensiamo a loro, sarebbe un delitto firmato. Stai tranquillo Betò, io morirò vecchiettino nel mio letto […].”

Ambrosoli invece è morto assassinato dalla mafia politica su un marciapiede di città, per la sua limpida onestà.

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