La Palermo di Dumas che ribadisce, rivela e colpisce: “Il conte di Mazara”

di Francesco Bordi 

La parola”conte” associata al nome proprio “Alexandre Dumas” non può lasciare indifferenti, sia i cosiddetti “lettori forti” che quelli meno assidui. Persino i non lettori hanno sempre sentito, più o meno distrattamente, l’imponenete titolo “Il conte di Montecristo” sin da tenera età. D’altronde il fortunatissimo padre del feuilleton ha sempre avuto a che fare con molti “conti” nelle sue storie: oltre al noto Edmond Dantès, infatti, ci sono stati anche altri aristocratici (o presunti tali) nelle intestazioni dei suoi lavori. Ad esempio c’è “Il visconte di Bragelonne” (1848), “Le comte Hermann” del 1849, apparentemente mai pubblicato in lingua italiana stando alle fonti bibliografiche, e ancora “La contessa di Charny” (1855). Cosa dunque potrebbe mai portare di nuovo questo “Conte di Mazara” nella compresione della poetica Dumas?

Questa “storia siciliana”, come recita il sottotitolo, pubblicata sulla rivista “Le Mousquetaire” nel corso del 1866 ha “solamente” un triplice effetto: ribadisce, rivela e colpisce.

I protagonisti della vicenda che si svolge in una Sicila da poco annessa al Regno d’Italia ribadiscono innanzitutto il grandissimo amore dell’autore per il nostro Paese, che dimostra di conoscere seriamente, e soprattutto per l” “epica” garibaldina che, tra i tanti, ebbe anche il merito di infiammare ed ispirare non solamente gli animi dello Stivale… Dumas era innamorato dell’ardore risorgimentale promosso dagli eroi dell’Unità d’Italia. La Storia e la sua letteratura lo dimostrano e, ancor più esattamente, Il conte di Mazara ne fa il punto di partenza dell’intero intreccio.

Quanto ci viene raccontato all’interno della Palermo ottocentesca rivela anche un autore leggermente differente, nelle sfumature, da quello stra-conosciuto nelle sue opere più e meno rappresentative. C’è sempre il racconto dei duelli, di cui il francese è maestro indiscusso anche a distanza di anni (“I tre moschettieri”, “Il conte di Montecristo”, “I fratelli corsi”, “Gli studenti di Bologna”). Ci sono ancora le figure letterarie che emergono potenti ed inaspettate all’interno della narrazione come ad esempio Flora, la contessina di Mazara, figlia del protagonista. Provata da una serie di tragedie personali e familiari, ma sempre e comunque affascinante nella sue tristezza e sopratutto donna fiera e risoluta. Stavolta però c’è dell’altro… In questa ambietanzione sicula troviamo anche un aspetto che potremmo definire dark. Si tratta di un Dumas a tratti cupo e morbosamente dedito a descrivere nel dettaglio i nefasti effetti psicologici e fisici che possono derivare dalle dicerie di un paese schiavo delle supersistioni sulle quali il Maestro calca certamente la mano, ma ad arte, evitando di cadere eccessivamente nello stereotipo e nel cliché.

Cos’è che duque ancora ci può colpire di un autore così noto a distanza di tempo? Colpisce che in poche pagine ci venga presentata una storia di fatto semplice che però miscela colpi di scena, ironia, Storia, sovrannaturale, folkloore, dettagli orrorifici e… cucina(!), sempre molto cara allo scrittore, mantenendo costantemente una tensione narrativa piuttosto alta. Viene mescolata La Storia d’Italia, con la piccola storia della famiglia siciliana, così come le vicende di conti visconti contessine si mischiano al popolo, ai soldati ed ai malati, ora ridendo parecchio, ora piangendo e di tanto in tanto rimanendo inaspettatamente impressionati.

Nella sostanza il racconto illustra la difficile vita di un nobiluomo siciliano malvisto nella sua Palermo a causa della presunta capacità di arrecare malasorte a tutte le persone con cui direttamente o indirettamente entrava in contatto. La sua stessa famiglia è vittima della iattura di cui il conte sembra essere foriero. L’occasione della privilegiata finestra su quella Sicilia è fornita da un italico notabile dell’epoca, il politico Petruccelli della Gattinara, e da due spettori francesi del tutto casuali. Uno è un certo Alphonse de Quinzac, che più o meno volontariamente si ritrova coinvolto in una vicenda davvero ben poco prevedibile nei suoi esiti. L’altro è un osservatore più distante, ma comunque attivo e davvero fisicamente presente all’interno della storia e della sua genesi: il suo nome è Alexandre Dumas… Questo farà la differenza. Ci sono mille modi di raccontare un fatto storico, realmente accaduto, più o meno rivisitato. C’erano circa mille uomini a seguire Garibaldi nelle sue imprese, ma c’è qualcuno, un uomo, che a quanto pare, non fallisce nemmeno un duello con i suoi mille e mille lettori.

Complimneti sinceri all’editore Palindromo che ha avuto il merito di trattare questo inedito italiano, ma anche francese visto che fino al 2019 esisteva solamente in formato feuilleton, con il garbo e la consapevolezza che il prodotto richiedeva… Il risultato è un formato accattivante, una traduzione validissima, un’introduzione più che esaustiva ed una chicca artistica come la mappa dei luoghi palermitani descritti dall’autore. Queste piccolissime piantine cittadine lettearie sono una caratteristica dela collana kalispéra della Palindromo.

Gli editori indipendenti hanno una vita non facile, chi vi scrive lo è stato per due anni, ma difficilmente troverete una figura editoriale che tratti opere come questa con lo stesso amore di cui un piccolo gestore di libri è irrimediabilmente imbevuto.

Buon appetito  a tutti voi con i piatti cucinati dalle mani del Maestro, buon ripasso di Storia d’Italia, buona passeggiata in carrozza per Palermo, ma soprattutto buona lettura!

 

 

“Il conte di Mazara  – Una storia siciliana” di Alexandre Dumas, Roma. Il Palindromo 2021.

Titolo originale: “Le comte de Mazara” in “Le Mousquetaire”, novembre – dicembre 1866

 

Foto di Francesco Bordi ©

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