Sherlock Holmes – Gioco di Ombre (Sherlock Holmes: A Game of Shadows – Usa 2011 – Guy Ritchie)

di Fabio Migneco

 (immagine da http://www.aqualcunopiacecinema.it/joomla/images/stories/s-t-u/Sherlock-Holmes-gioco-di-ombre_locandina.jpg)

Visto l’inaspettato ma meritato successo del primo capitolo, che due anni fa sbaragliò a sorpresa la concorrenza in tutto il mondo con oltre 500 milioni di dollari di incassi, il seguito era tanto scontato quanto inevitabile. Non è un male vista l’egida produttiva di Joel Silver, vecchio volpone hollywoodiano dietro tutti – o quasi – i titoli di punta dell’action a stelle e strisce, che di fatto ha salvato Guy Ritchie da un sicuro oblio dopo l’atroce Travolti dal Destino e il cerebrale Revolver, riuscito solo a tratti.

L’iniezione di steroidi e ironia nelle immortali storie di Conan Doyle (che come sanno anche i sassi al suo detective dedicò 4 romanzi e 56 racconti) ha funzionato e anche se non siamo di fronte a chissà cosa questa nuova saga di Holmes ha una simpatia guascona che cattura.

Se il giallo classico d’epoca vittoriana rimane quasi impalpabile sullo sfondo, è l’azione a farla da padrona. Il problema, come in tutti i sequel, è che si deve giocare al rialzo ed è sempre difficilissimo non strafare. Aggiungeteci che Ritchie e Silver non sono certo famosi per un cinema intimista e avrete il quadro esatto. Troppa forma e poca sostanza? Più peso all’effetto che alla logica? Indubbiamente sì, ma tutto questo viene riscattato da un cast in stato di grazia. L’alchimia tra i due protagonisti è invidiabile con Downey Jr. che vive una seconda giovinezza (anche grazie alla moglie Susan Levin, di nuovo tra i produttori) e Jude Law che gli tiene testa colpo su colpo con grandissima autoironia. Il supercattivo Moriarty è ben reso da Jared Harris, direttamente dal cult tv Mad Men, la new entry femminile (ma rivedrete anche Rachel McAdams) è Noomi Rapace, ormai lanciata anche negli States dopo il successo della trilogia Millennium (in arrivo il – quantomeno prematuro – remake del primo capitolo a firma David Fincher) e qui zingara boccoluta e cartomante. Ma a rubare la scena è Stephen Fry, leggenda britannica, irresistibile nei panni di Mycroft, il fratello di Sherlock. Divertimento di classe, confezione di lusso, ritmo scatenato, rimandi alla fonte letteraria (la conclusione del racconto Il Problema Finale) e gag a go-go che non risparmiano nessuno (nemmeno il sottotesto omo). Il pubblico dimostra di gradire la formula (oltre tre milioni di euro nel week-end di apertura, per dire solo dell’Italia) e un terzo capitolo sembra già cosa fatta.

Bene, a patto che Silver produca a Ritchie anche la seconda parte di RocknRolla (il film che ne ha sancito il ritorno alla forma) il cui copione – pare – è già bell’e pronto.

 

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