Stavolta è stato il libro ad emozionarsi per le nostre vite, cambiando sempre “pelle” per starci accanto… L’empatico Camaleonte di Samuel Fisher

di Francesco Bordi

“C’è un cadavere in biblioteca” di Agatha Christie, oppure “Orlando” di Virginia Woolf, ma anche titoli meno noti come “Pointed Roofs” di Dorothy Richardson o ancora un testo di Alexander Graham Bell.

Questo titolo pubblicato da 8tto Edizioni ci rende partecipi di un racconto che tutti gli amanti della letteratura, probabilmente, hanno immaginato almeno una volta nella vita.

“Il Camaleonte” di Samuel Fisher non fa riferimento alle note abilità trasformiste dell’animale riferite ad un personaggio (anche se in realtà il coprotagonista della vicenda ha effettivamente assunto l’incarico “mimetizzarsi”….).

La capacità di confondersi cambiando costantemente la propria “pelle” in questo caso appartiene a… un libro.

Esatto, avete letto correttamente! Questa storia ci viene raccontata da un libro in prima persona.

Quante volte ci siamo resi conto del gran numero delle nostre informazioni in possesso del libro che stiamo leggendo (e che ci portiamo sempre appresso)? Cosa potrebbe mai pensare? Cosa potrebbe dire di noi e come lo farebbe?

Bene, “The Chameleon” del signor Fisher va anche oltre.

Da circa 800 anni, infatti, questo testo ha la capacità di trasformarsi in altri titoli, i più variegati. Prendendo in esame solamente il breve tratto d’esistenza che ha deciso di condividere con noi, il libro in questione è stato, ad esempio, un classico della letteratura, un catalogo di beni di lusso, una bibbia, un manuale linguistico e tantissimi altri titoli, talvolta anche una rivista. Veniamo a sapere addirittura che in tempi piuttosto antichi è stato persino un testo rilegato in pelle umana: tecnica realmente esistita. I più curiosi possono verificare cercando la definizione di “bibliopegia antropodermica”. Questa mutazione in particolare viene sottolineata dal nostro protagonista cartaceo poiché costituisce il contatto umano che ha contribuito a regalargli quella consapevolezza senziente di norma impensabile per gli oggetti. L’occasione, tuttavia, è stata funesta trattandosi di una confessione scritta da un certo John Roberts che avrebbe dato istruzioni di rilegare, con la sua stessa pelle, il testo in cui rivelava l’omicidio di sua moglie Eleonor Roberts.

“John” non è un nome a caso, anzi ritorna più volte nelle pagine del narratore. Ne è la conferma il suggestivo rigo finale del secondo capitolo:

«Sono John e sono questo libro».

Anche la scelta del nome per identificarsi,  non è una coincidenza…

Nel corso delle sue trasformazioni John ha avuto molti proprietari, anzi meglio parlare di compagni di viaggio. Ha vissuto molte vite, ha varcato parecchi confini geografici ed è stato addirittura sepolto in una tomba per poi essere riesumato.

La storia che decide di raccontarci si intreccia con lo spaccato di vita di Roger e della sua famiglia, compagni di viaggio a cui sembra essersi più affezionato rispetto ad altri, ma poi si condisce contemporaneamente con le digressioni delle sue molteplici esistenze.

La naturalezza con cui ci viene narrata questa empatica convivenza è talmente convincente da non lasciare perplesso il lettore. Dopo lo stupore iniziale, infatti, tutto scorre in maniera totalmente plausibile nella crescita del protagonista: da studente universitario ad agente in incognito del governo britannico ma sempre con il suo libro (i suoi libri) accanto.

Il finale inaspettato colpisce ma non non ferma il lettore, perché oltre al termine del racconto in senso stretto, aspettiamo la riflessione di John, ossia di quel libro che in un certo senso accompagna da centinaia di anni tutti noi.

Il valore della lettura, della bibliofilia e della letteratura, assieme alla saggistica, colpisce e supporta Il camaleonte dall’inizio alla fine. Non è un caso che l’autore di questo romanzo di… fantascienza(?) sia un libraio (londinese).

The Chameleon si apre con una favola e si conclude con un’altra favola. Entrambe vengono raccontate come metafore di ciò che John libro ritiene di essere. Nel mezzo c’è una vicenda, a tratti struggente, fatta di sentimenti e scelte di cui John è sofferente spettatore capace di empatizzare, ma inabile al movimento. La sua influenza c’è, ma è comunque passiva perché ci dovrà sempre essere qualcuno che lo possa maneggiare, sfogliare e saggiare.

Ora la domanda sottotesto c’è ed è spontanea: a fine racconto sappiamo che cosa è stato la vita di Roger e della sua famiglia per John, questo libro trasformista. Di riflesso sappiamo ciò che la parola scritta ha rappresentato per Roger, questo esemplare dell’umano sentire, e per la sua famiglia. Ma per noi, per tutti noi, qual è il valore di John nella nostra vita? Qual è il valore dei libri non solo in chi li ama, ma anche in chi li sfiora marginalmente. Persino quando siamo convinti che la letteratura e la cultura più in generale non ha mai toccato quella persona, quella famiglia, quel gruppo, siamo sicuri che sia davvero così?

Forse alcuni testi ci hanno accompagnato in una maniera di cui non siamo nemmeno accorti. Forse, in realtà, basterebbe solo raccogliere i molti segnali che John ci manda nel corso della nostra vita per avere una quotidianità più consapevole.

Pensiamo solo al fatto che già lo scorgere le copertine dei libri nelle case, sugli autobus e nelle sale d’aspetto ci suscita delle curiosità. Le immagini richiamano dei ricordi ed i titoli intravisti ci offrono delle associazioni mentali. Persino i nomi degli autori ci stuzzicano sulla provenienza regionale o geografica che in automatico proviamo ad indovinare. Da lì, da quella scintilla, al vero e proprio tocco di “John”, in realtà, il passo è più breve di quanto potrebbe apparire.  

A voi tutti le riflessioni del caso. Intanto, però, fate attenzione perché anche libro che avete sul comodino, sul cruscotto dell’auto, o nella borsa, potrebbe non essere ciò che sembra…

Buone trasformazioni a voi tutti!

 “Il camaleonte”, Samuel Fisher, Milano 8tto edizioni, 2020.

 

Foto di Francesco Bordi © tutti i diritti riservati

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