di Francesco Bordi
Noi di Culturalismi amiamo molto le interviste svolte nell’ambito delle fiere editoriali. Autori, editori e professionisti di turno si sentono a proprio agio nel conversare in strutture dove si odorano e si respirano “pagine” per giorni e giorni. Grande il piacere di aver ritrovato, nel corso dell’ultima edizione di Più Libri Più Liberi di Roma, quella scellerata di Antonella Finucci. L’autrice abruzzese ci ha raccontato tanti retroscena del suo saggio narrativo, edito da Radici Edizioni, e ci ha concretamente dimostrato quanto la ricerca sul campo e l’equilibrio comunicativo possano fare la differenza. Il suo “Scellerate” è uno studio di altissimo livello che ha la forza divulgativa di un romanzo. Può un testo incentrato sulla connessione Donne – Abruzzo avere il potere di essere universale nei suoi proponimenti? Scopriamo insieme libro ed autrice e capiremo quanto la scrittura della Finucci possa essere amabilmente inclusiva, a più di un livello…
Culturalismi: «Benvenuta ad Antonella Finucci, giornalista, docente e autrice di “Scellerate – storie di donne e scintille nei paesi d’Abruzzo” per Radici Edizioni. Grazie per aver accettato il nostro invito. Cominciamo con qualcosa di non troppo istituzionale, direi anzi quasi privato. Tu, infatti, hai voluto dare un taglio molto intimista al tuo libro e già questa è stata di per sé un’iniziativa insolita perché di fatto è un saggio, tutto sui generis, che abbraccia, scienza, storia, arte e il bello nella cultura, ma tutto attraverso un approccio molto confidenziale. Di volta in volta c’è sempre un dialogo con te e una di queste Scellerate: donne che regalano delle scintille di ispirazione perché hanno scelto coraggiosamente delle strade di vita assolutamente inconcepibili da parte del loro contesto sociale, per di più nel loro territorio d’appartenenza (ma non solo). Questo lavoro si lega dunque a due grandi tematiche, donne e territorio, ma sempre attraverso delle connessioni reciprocamente introspettive. Quando è nata la decisione di un dare un taglio femminile al testo? Da principio oppure in corso d’opera? ».
Antonella Finucci: «Grazie a voi dell’invito di cui mi sento davvero onorata, ma soprattutto grazie per una prima domanda subito così bella e molto interessante. Allora, in realtà, questa era una ricerca che stavo portando avanti già da un po’ ed inizialmente era un lavoro sui paesaggi, ossia quanto il contesto geografico ti influenza nel diventare poi chi sei al di là della dimensione uomo o donna. Poi nel tempo, ricercando più nel profondo e andando avanti con queste storie, mi sono accorta che, sulle donne, questo paesaggio aveva un impatto in più, non solo a livello di rapporto con il territorio abruzzese in senso stretto, ma anche in altri ambiti connessi, come ad esempio quello culturale e sociale. Ho deciso a quel punto di dare voce alle donne che, storicamente, ne hanno avuta sempre meno».
C.: «Quando fai riferimento alla mancata voce delle donne intendi storicamente in tutto il nostro Paese o in Abruzzo?».
A.F.: «In entrambi i casi, è una cosa palese e oggettiva. Me ne sono accorta studiando e poi semplicemente portando avanti il mio lavoro. Come hai detto tu all’inizio, io lavoro anche a scuola, insegno lettere. Mi rendo conto che nelle antologie o nei libri di letteratura spessissimo non ci sono donne se non pochissime. Pochissimi nomi, pochissime poesie, pochissime opere tratte da eventuali corpus per lo più creati da una donna. Questo è incredibile.
Ora, negli ultimi anni, per fortuna la situazione va migliorando. Anche noi docenti cerchiamo altrove questi nomi e li portiamo ai all’attenzione dei ragazzi, ma questa mancanza non è limitata sollo alla letteratura, è stato così ovunque. Ho cercato di fornire un raggio più ampio possibile proprio per far capire che questa sorta di oscurantismo della donna è avvenuto a tutti i livelli. C’è addirittura un capitolo nel libro in cui faccio un accenno al manicomio di Teramo evidenziando le diagnosi nelle cartelle cliniche… Una donna poteva era rinchiusa perché era “curiosa” o “indocile”. A questo punto dovremmo essere tutte e tutti rinchiusi! Non si tratta di diagnosi, ma tratti dell’animo umano, a prescindere dall’uomo e dalla donna.
Ma questo è solamente uno dei due aspetti principali…
Tu infatti hai osservato bene, il filone è duplice perché sono donne e sono nei paesaggi d’Abruzzo, presi nella loro interezza. Questa regione, infatti, ha una varietà incredibile di paesaggi e si tratta di una molteplicità che condiziona intensamente chi vi vive. Ho cercato di andare veramente in profondità; non c’è soltanto il mare e la montagna o i classici paesaggi che uno può immaginare, ma c’è anche la grotta, c’è il “Lino delle fate piumoso” … Insomma, sono voluta entrare un po’ di più nello specifico».
C.: «Questa “profondità” è facilmente riscontrabile, Antonella, perché il tuo Scellerate è un libro completo, davvero completo, che non solo abbraccia varie branche culturali ed artistiche, ma riesce anche a mantenere un ottimo equilibrio sebbene si tratti di un’opera prima.
Trovandomi di fronte di un saggio così ben bilanciato deduco che la documentazione deve esser stata piuttosto importante, così come la fase di ricerca sul campo. Lo testimoniano anche le pagine relative alla bibliografia. Quanto tempo ha impiegato nel lavoro di ricerca e quanto effettivamente nella scrittura?».
A.F.: «Sul lavoro di ricerca io non so quantificare, nel senso che è uno studio che dura da tanto; sono gli interessi della mia vita… Quando dovevo scegliere l’indirizzo da prendere all’università, sono stata indecisa fino all’ultimo fra lettere e geologia. Alla fine, ho scelto lettere e non mi sono mai pentita di questa scelta, ci mancherebbe, perché la letteratura secondo me ti eleva dal posto in cui sei e ti porta dove vuoi. È un qualcosa che davvero mi fa stare bene, però tutto quell’altro aspetto scientifico legato al paesaggio, alla geologia ed alla geografia (che comunque insegno assieme a lettere) me lo sono portato dietro e non l’ho mai abbandonato ed anzi l’ho sempre indagato. Quindi nel momento in cui mi sono trovata con questa idea del libro, che tra l’altro è nata anche da una delle scellerate presenti nel testo, ho pensato che avrei dovuto inserire un po’ di tutto quello che avevo esplorato nel tempo. Da quella decisione presa, ho fatto passare circa un anno tra scrittura e rielaborazione».
C.: «Relativamente poco».
A.F. «Sì, è vero. Mi è stato già fatto notare. Credo che derivi anche dal fatto che sono stata sempre una grande lettrice e quindi sapevo come avrei voluto impostare questo testo proprio perché sono una piuttosto attenta al tipo di struttura dei libri che affronta. Questo è un lavoro che è pubblicato nella saggistica della collana Microcosmi di Radici edizioni. E è chiaro che, in quanto saggio, necessita di fonti importanti, però ho cercato di scriverlo in uno stile più narrativo possibile pur mantenendone l’attendibilità. Poi, essendo anche giornalista, quando potevo ho cercato di servirmi del linguaggio d’inchiesta».
C.: «Il tuo, infatti è un approccio quasi “intimo” che è davvero in grado di avvicinare un numero incredibile di lettori perché il tuo modo di porti è confidenziale mentre il filo conduttore è narrativo. Non è un romanzo ma è un signor saggio in cui c’è tanto di te e c’è tanto della relazione, una ad una, fra te e le donne che racconti. Si parte sempre da una pallina che fa su e giù fra te e la scellerata che stai presentando. Questo aspetto si vede soprattutto in relazione ai capitoli legati al folklore e alla fiaba. A questo punto ti chiedo, quanto conta il folklore nella società abruzzese di oggi? È ancora così importante come in passato? Se così fosse, pensi che nelle altre regioni si dia il medesimo valore oppure l’elemento tradizionale magari sta venendo meno?».
A.F.: «Io, ora, ti dico di sì. Quel folklore conta ancora tantissimo, anche se…
Diciamo che, guardandoci un po’ indietro, a livello generale nel nostro Paese, le tradizioni nel tempo effettivamente si stavano perdendo, ma proprio in questo ultimo periodo, secondo me, siamo in un momento di recupero. Se poi provo a pensare espressamente all’Abruzzo, io ti dico che quelle tradizioni non le ha mai perdute e sai perché? La risposta sta nella geografia.
Soprattutto le aree interne hanno conservato molto e questo si vede certamente nella lingua, ma anche in tanti altri tratti. La geografia fa anche questo.
Noi non pensiamo spesso all’importanza dei paesaggi ed alla morfologia del territorio, ma anche in questo caso è stata proprio quel tessuto a tenere insieme qualcosa che in altri posti si è disgregato; vuoi per la contaminazione con l’altro (che ha comunque una connotazione positiva), vuoi per il peso dell’epoca contemporanea, o ancora in seguito ai contatti con altre tradizioni.
Prendiamo l’esempio della lingua. Nell’Abruzzo interno il linguaggio è rimasto pressocché uguale al passato. Nell’ultimo capito di Scellerate, infatti, faccio molti riferimenti anche ai dialetti e cito l’Islanda come esempio affine. Quando uno è isolato, per più di una ragione, è chiaro che qualcosa rimane più intatto. Oggi, per fortuna, non possiamo dire che l’Abruzzo, neanche quello interno, sia davvero isolato. Persino a livello turistico, piano piano quelle aree si stanno aprendo, però sta accadendo solo adesso».
C.: «Nel tuo libro c’è tanto della bellezza. Non è un concetto astratto, si tratta proprio di una bellezza che ti può salvare: salvifica. Il panorama che ci circonda ti può salvare, ci può salvare, da un momento difficile o, in maniera più estesa, da un percorso di vita intrapreso che stava diventando troppo complesso da gestire. È una bellezza a 360 °, tanto del paesaggio delle zone prese in esame quanto delle donne che vi ci sono dedicate tramite arte e cultura. Il capitolo sull’acqua di un’altra “scellerata” che dedica all’elemento uno sguardo artistico e al contempo scientifico è più che emblematico in tal senso. Partendo da questo punto di vista, io ti chiedo una tua definizione personale di bellezza».
A.F.: «Ti ringrazio per aver tirato fuori il tema della bellezza, perché nel mio testo ci sono delle tematiche sottotraccia, come questa, che devono emergere e sono contenta quando ne ho la conferma. Ci tenevo tantissimo che in quest’epoca di pessimismo e di amarezza si esprimesse la necessità di trovare il bello, perché ce n’è tanto ed anzi… secondo me ce n’è anche una quantità maggiore rispetto alla sfiducia.
Adesso, alla luce di tutto questo, ti dico che per me la bellezza è la capacità dell’anima di andare oltre il dolore.
Qualcuno sostiene che l’intelligenza consiste anche nel provare dolore, ed è vero, ma secondo me esiste un’intelligenza superiore che, dentro quel dolore, ti spinge a trovare la bellezza in qualche modo, perché altrimenti soccombiamo».
C.: «E tu pensi che si possa educare a comprendere questa bellezza oppure è davvero troppo difficile se non hai innata questa inclinazione alla sua ricerca?».
A.F. «Io penso che si possa assolutamente educare. Provo a farlo tutti i giorni a scuola ed è un compito difficilissimo perché purtroppo gran parte del mondo che ci circonda educa al brutto. Lo dico anche nella mia altra veste da giornalista. Molto spesso, troppo spesso, facciamo queste sottolineature su tutta la bruttura che c’è nel mondo.
Da tempo sto ho progettato di fare qualcosa sul giornalismo del bello, una sorta di contraltare. Ce ne è tanto, dobbiamo solamente evidenziarlo, altrimenti va a finire che ce lo perdiamo. Il problema è che le notizie fanno più leva sul lato tragico della vita che è quello che attira maggiormente, è più facile. La bellezza devi essere in grado di coglierla, bisogna educare alla bellezza. Il brutto colpisce, il bello non colpisce sempre così facilmente ed è per questo che ho ringraziato la tua attenzione, perché ho voluto veramente, fin dall’inizio, che il filo conduttore del mio libro fosse proprio la bellezza legata alla scelleratezza.
Questa stessa scelleratezza è da intendersi come un elogia della bellezza. In latino “scelus” ha una connotazione legata alla malvagità, ma nel titolo dato al mio libro ho voluto ribaltarne il significato riferendomi ad un qualcosa che ti potesse cambiare la prospettiva. Infatti, nessuna di queste “Scellerate” compirebbe mai un delitto, un abominio od un qualunque altro atto di malvagità. La loro scelleratezza consiste invece nell’andare verso la bellezza anche quando erano apertamente ostacolate”.
C.: «Legandoci proprio a questo concetto esteso di bellezza, ti pongo in evidenza delle concezioni delle tue “colleghe” in scelleratezza che mi hanno colpito. La concezione del paesaggio che sa colmare un’assenza di Amelia Rosselli, oppure il modo di intendere il viaggio di Daniela D’arielli, ma soprattutto Virgilia D’andrea e la sua testimonianza relativa al terremoto della Marsica. Mi ha colpito talmente tanto che ho fatto una video lettura di un estratto presente nel tuo libro. Sono tutti esempi di scintille di consapevolezza che i lettori avranno modo di apprezzare sorprendendosi contestualmente per l’inevitabile coinvolgimento. Si tratta di esternazioni che in un modo o nell’altro toccano tutti quanti. La riflessione del 1915, ad esempio, smuove tanto in ognuno di noi perché si sente l’evocazione di una tragedia a più livelli, umano, naturale e sociale. Non c’è solo la sofferenza dei sepolti vivi, ma anche degli animali che stridono impauriti, la pioggia che cade violenta, l’acqua di un fiume sempre più grosso e sempre più minaccioso… Decisamente un richiamo molto forte, ma non è l’unico. Anche gli altri racconti mi hanno colpito tanto. Ci sono alcune storie di donne che sono state scellerate perché hanno intrapreso una via che nemmeno loro pensavo di poter prendere.
Adesso spostandomi dal libro alla sua autrice, ossia a te che sei la scellerata per eccellenza in questo senso, ti chiedo, raccomandandoti di evitare qualsiasi tipo di falsa modestia, se ti senti scintilla per qualcuno. Come per te altre donne sono state scintille, tu allo stesso modo, potresti incarnare questo ruolo per i più giovani, per chi ha una posizione diversa, magari diametralmente opposta a te come modo di pensare e quindi tendente al brutto?».
A.F.: «Con umiltà enorme di fondo ti dico che, secondo me, chiunque lavori a scuola e quindi chiunque lavori con il materiale umano deve essere scintilla, perché devi essere un esempio. Devi darla tu quella scintilla in qualche modo. Noi lo diciamo sempre: non dobbiamo riempire dei vasi, noi dobbiamo accendere dei fuochi. Per me è veramente fondamentale.
Ho cercato di fare la stessa cosa anche con questo libro. Quando mi sono trovata in determinate circostanze, mi sono accorta che stavo dando la forza a qualcuno in difficoltà incoraggiandolo a compiere quella scelleratezza che per me significa essere in grado di trovare noi stessi nonostante ciò che ci circonda. Non è sempre facile, non è sempre fattibile. Qualcuno te lo può impedire, però questa è la scelleratezza positiva che io volevo portare avanti. Oggi ce lo dice la psicologia: se noi non troviamo noi stessi, ci ammaliamo. Ed è per questo che in tantissimi poi non stiamo bene, perché non riusciamo a trovarci. Credo realmente che si debba trovare il nostro posto nel mondo, il nostro dono, e farne scintilla».
C.: «Dopo averlo letto e, ancor più alla luce delle tue riflessioni di oggi, posso confermare che “Scellerate” è un saggio completo, sotto molti punti di vista. Credi che potrebbe essere inserito tra i manuali ed i testi didattici, se già non lo è?».
A.F.: «Anche qui non sei il primo che mi fa notare questo aspetto. Effettivamente ci ho lavorato tanto, anche dal punto di vista delle ricerche, della geografia, ma anche della letteratura. In queste pagine ci sono dentro delle poetesse. Tu prima hai citato la Rosselli, un’autrice assolutamente sottovalutata in Italia che si è salvata veramente grazie al paesaggio. Per me sarebbe un onore diventare un testo didattico, vediamo che cosa accadrà».
C.: I più giovani, inclusi quelli a cui tu insegni, come vedono questo testo? Positivamente? Lo considerano solo delle chiacchiere oppure credi che sicuramente “scellerate” sia un libro che i ragazzi vedranno sempre di buon occhio, ma solamente in Abruzzo ma non fuori regione?».
A.F.: «I miei alunni in particolare sono i miei più grandi fan. Si sono comprati il libro, l’hanno letto tutti, anche quella più piccoli. Quindi ho visto come è stato recepito fra i ragazzi, non solo dai miei alunni, perché ovviamente io sono sempre in contatto coi giovani per varie situazioni e ho appurato che hanno reagito in maniera assolutamente positiva. Mi fa davvero piacere perché volevo fare un libro che potesse parlare un po’ a tutti. Certo, non è per i giovanissimi. Non ti posso dire che sia un testo adatto a una scuola media. In quel caso alcune Scellerate si si potrebbero riadattare, altre invece, secondo me, verrebbero recepite un po’ meno per via di un background che chiaramente ancora non c’è. Un’amica mi ha detto suggerito di realizzare una versione per bambini, tipo “Donne ribelli”, vedremo più avanti.
Quanto alla tua domanda sul fuori regione ti posso dire che quelle storie sono universali, si tratta di rapporti con il paesaggio e quindi escono anche fuori dall’Abruzzo secondo me. Mi auguro che le Scellerate vadano anche oltre confini regionali, perché Io credo tantissimo nell’universalità delle storie e in questo processo di una natura che ti plasma. Riflettiamo tanto su quanto noi plasmiamo il paesaggio, però forse riflettiamo poco sulla dinamica inversa. Eppure, è veramente il primo elemento con cui noi, già da piccoli, abbiamo a che fare, prima ancora del rapporto con altri esseri umani, se vogliamo. Perché prima di saper interagire con l’umano, noi dobbiamo interagire con l’ambiente, tendenzialmente».
C.: «Ecco, in questo discorso che mi stai facendo ora, più che la docente o la scrittrice, vedo la giornalista. Infatti, ci sono dei capitoli del tuo libro in cui tu dai un taglio giornalistico che calza perfettamente. Ti comporti esattamente come una brava presentatrice della stampa. Hai a disposizione una serie di Scellerate che hanno sposato il tuo progetto. Tu sei presente il giusto tempo per presentarle e per sottolineare il loro peso, poi fai un elegante ma rapido passo indietro quando si tratta di mandare avanti le loro idee e la loro storia. Non è sempre una dinamica facile, soprattutto di fronte ad un’opera prima. Questo taglio giornalistico che hai ben dosato nel testo ti è venuto naturale o l’hai studiato come impostazione di base da utilizzare ad ogni approccio con le tue protagoniste? Ti sei trovata il tuo equilibrio strada facendo?».
A.F.: «Avrai notato che nel libro ci sono donne che non ci sono più, ma anche donne viventi. Il giornalismo l’ho utilizzato innanzitutto nell’intervistare queste donne. Ho fatto delle gran belle chiacchierate e con alcune sono diventata addirittura amica! Questo è un altro aspetto pazzesco del mio libro. Poi, il mio approccio da giornalista me lo sono portato chiaramente nel linguaggio.
Guarda, questo libro è molto mio, è vero, perché mi rispecchia. Mi è venuto naturale il giornalismo, ma anche la narrativa e la saggistica, perché queste tre voci sono la somma di quella che poi sono io. Si tratta sicuramente dei miei tre più grandi linguaggi di interesse. L’ho scritto così, di getto, come mi veniva naturalmente. Poi chiaramente ci ho rimesso mano per sistemare tutto per bene ma soprattutto per dare al testo una struttura “ciclica”. C’è una donna in apertura, che è fuori dal tempo: Angizia, una dea pagana molto amata da noi in Abruzzo. Mi piaceva dare proprio un inizio che richiamasse quasi l’invocazione ad una Musa dell’antichità classica. Poi sono andata su tutte le altre donne, attraverso, appunto, questa struttura ciclica ambientale e culturale. Si parte dai terremoti, dalle linee di faglia, che sono sottoterra, non le possiamo vedere, ma le possiamo percepire e lo sappiamo bene (se andiamo a vedere una roccia, possiamo già dimostrare la loro esistenza) per arrivare alla fine alle linee delle isoglosse, ossia le linee dei dialetti che invece non si vedono, ma ci sono e si sentono.
Ecco tutta questa struttura l’ho cambiata cinquanta volte finché non ho trovato quella davvero mia, quella che mi rispecchiava. Devo dire che Gianluca Salustri, che ringrazio, mi ha lasciato carta bianca, ho scelto io il titolo… di fatto ho dato letteralmente delle “Scellerate” a Dacia Maraini e Natalia Ginzburg… L’editore era perplesso al riguardo, ma io gli ho detto: “Vedrai che andrà bene”. È stata davvero una collaborazione vera senza la quale oggi Scellerate non esisterebbe. Lo dico sempre: questo è un libro sulle donne, ma esiste grazie a un uomo. Anche questo è un punto a cui tengo molto, io non penso che donne e uomini possano vincere qualche battaglia separati. È stato fatto tanto, ma non è ancora abbastanza. Dobbiamo procedere di comune accordo, andando nella stessa direzione, altrimenti non si vince nessuna battaglia. Il problema è che i tempi della storia non sono veloci. C’è un capitolo in cui parlo della geologia… La storia ha i suoi tempi. Però, se noi apriamo un qualsiasi libro dal Medioevo a oggi, semplificando alla grandissima, i cambiamenti importanti ci sono stati. Ci dobbiamo fidare del processo, secondo me, e non avere fretta. Certo, ci sono alti e bassi. La storia procede a Zig zag, però io sono un inguaribile ottimista e ti dico che con lo studio e l’istruzione possiamo davvero fare la differenza. Il Novecento è un secolo che, sebbene abbia avuto due guerre mondiali, ha portato anche dei progressi pazzeschi; ora speriamo solo non tornare indietro».
C.: « “Cambiamenti” è una parola che ricorre nella nostra testa leggendo il testo. Abbiamo appena parlato di cambiamenti storici e di cambiamenti che auspichiamo. Ora…Tu sei di Celano, in provincia dell’Aquila. Come vedi la tua città di origine fra sette anni? Non è un numero a caso perché non è cinque che rimanda ad uno spazio troppo piccolo in termini di crescita urbana, ma non è nemmeno dieci che sembra un numero troppo alto per poter immaginare con coscienza di causa un cambiamento concreto. Sette anni è un tempo in cui, non solo l’amministrazione, ma anche una società di una città può intravedere una strada.
A.F.: «Bella domanda! Vienimi a cercare tra sette anni con registratore e te lo dirò.
Allora, a parte gli scherzi in base a questo mio inguaribile ottimismo io la vedrò migliorata, quantomeno più improntata alla cultura, così come tutto l’Abruzzo che piano piano, secondo me, si sta muovendo in questa direzione. Considera che io sono ritornata negli ultimi anni perché inizialmente l’Abruzzo mi ha respinto. Sono andata via a diciotto anni e sono tornata quattro anni fa. Ho vissuto a Roma, Torino, Edimburgo, ho vissuto anche a L’Aquila, per sette anni, ed in altri posti d’Abruzzo prima di stabilirmi ad Avezzano. Quindi ora, a distanza di anni, ti posso dire che questo movimento di apertura culturale finalmente lo stiamo vivendo. Speriamo di portarlo avanti, perché la cultura è un ambito difficile. Quando ero all’Aquila organizzavo una fiera che si chiamava “Volta la carta”, lo abbiamo dovuto sospendere perché non è era facile avere fondi. Ti ritrovi ad occuparti di quelle cose solo per passione e questo riguarda anche l’editoria. Tuttavia, per quanto sia complesso, credo che bisogna investirci, crederci, e poi piano piano arriveranno anche i risultati. Certo è che ci dobbiamo impegnare, dobbiamo adoperarci noi per questi cambiamenti. Parliamo dell’Abruzzo e non del Paese delle Meraviglie di Alice. Mi rendo conto delle difficoltà che ci sono a Celano, nel resto dell’Abruzzo, nel resto d’Italia e mi rendo conto di quanto possa influenzare chi governa in piccolo e in grande. Oggi però, rispetto al passato, abbiamo dalla nostra molta più istruzione e abbiamo una consapevolezza diversa. Chi se l’è voluta prendere questa consapevolezza, chi è voluto andare avanti, chi ha voluto proprio progredire, anche per se stesso, credo che adesso abbia qualcosa in più, anche in vista dei cambiamenti da portare avanti».
C.: «Città, tessuto urbano, impieghi, tipo di società…
L ‘Abruzzo, quindi, cambierà parecchio nei prossimi anni?
Per conformazione geografica più di tanto non si può modificare l’assetto urbano, ma tutto il resto come si adatterà?».
A.F.: «Secondo me non cambieranno le tipologie delle città, anzi l’Abruzzo continuerà quello che sta già facendo, valorizzerà soprattutto i paesaggi, quindi l’aspetto naturale ma soprattutto i paesini delle aree interne che, anche per effetto del devastante cambiamento climatico, ossia il riscaldamento globale, saranno un pochino più ripopolati. In precedenza, abbiamo sofferto di uno spopolamento pazzesco e, forse, ci siamo persi un po’ troppo in chiacchiere su come poter chiamare questi agglomerati: sono paesi, sono paesini, sono borghi…? Io cito la Rizzo, l’antropologa, nel mio libro e comprendo perfettamente l’importanza delle parole. Tu lo sai, ci lavoro con le parole in tutti gli ambiti. Però, come dice la stessa Anna Rizzo, li possiamo chiamare borghi, paesi, o le cosiddette “aree dell’osso” (perché la polpa magari sta a Pescara) ad ogni modo dobbiamo focalizzarci su quello che manca a questi paesi, dobbiamo dare loro la sostanza, altrimenti rimaniamo alla buccia, ci interroghiamo sul nome e non andiamo a capire quello che serve, ossia, tendenzialmente scuole, istruzioni, ospedali e relativi fondi per realizzare tutto questo.
C.: «Il tuo sguardo sui modi di vivere il territorio permea tutte le pagine delle Scellerate. C’è tanto di sociale e, con un occhio un po’ attento, lo si nota anche a livello di resoconti sulle persone meno fortunate, sia nell’ambito economico sia nell’ambito anche di istruzione. In certe aree le scuole più vicine erano a parecchi chilometri di distanza. Ho l’impressione che tu ti sia un po’ tenuta, nel senso che magari volevi scrivere un po’ di più sul sociale, ma poi nell’equilibrio che ti eri imposta, hai compreso che sarebbe stato un aspetto debordante. Se ricordo bene il tuo profilo, sei coinvolta in attività nel sociale (o lo sei stata) anche in maniera importante…».
A.F.: «Tutto vero. In realtà mi sono “tenuta” su vari ambiti perché ti devo dire che più scrivevo e più facevo ricerca per questo libro, più mi si aprivano porte. È un testo che ha tante “scintille”, non solo nelle singole storie che ho raccontato, ma in altre mille voci interessantissime che ho trovato, anche voci maschili. Poi chiaramente, ho scelto una linea e sono andata su queste donne, però ho dovuto selezionare tanto proprio per l’equilibrio che volevo, altrimenti sarebbe diventato non più questo libro, ma tutt’altra cosa. Però, come hai giustamente notato, sul sociale ho fatto davvero fatica. Soprattutto nel capitolo della Rizzo, in cui se ne parla maggiormente, si capisce che si tratta di un ambito a cui io tengo tanto. Quella è davvero, secondo me, una via d’elezione per cambiare le cose. Bisogna ritrovare l’importanza del fare comunità. A questo proposito c’è un’autrice che amo, Donna Haraway, autrice di “Chthulucene”, un libro incredibile che cito anche nel mio testo. Lei suggerisce proprio questo: dobbiamo cominciare a pensare come fanno le piante, cioè in maniera tentacolare. Questo lo dice pure Mancuso. Dobbiamo uscire un po’ da quest’ottica di uomo che sta sopra tutto, visione piramidale in cui noi esseri umani ci sentiamo i migliori. Sicuramente siamo una specie molto diversa dalle altre per linguaggio, intelligenza e tutto ciò che ne consegue, però noi dobbiamo anche vivere in coesistenza con gli altri. La Haraway le chiama le kins, le parentele. Noi dobbiamo instaurare le parentele e dobbiamo vivere in questo mondo, bene, anche per morire bene. Per me questo libro è stato veramente illuminante, mi è piaciuto tantissimo. Mi ricordo perfettamente dell’autrice durante il Covid, ad una conferenza del Salone del Libro di Torino che lei ha presenziato sempre con un polpo sulla spalla, proprio perché parla sempre proprio di queste strutture tentacolari. Personaggio straordinario e donna e assolutamente attivissima nel sociale».
C.: «Quest’ottica, decisamente condivisibile, di attenzione alla collettività diciamo che spesso presta il fianco ci al cosiddetto fuoco amico. Capita così che scoppi il dibattitto su quanto si debba essere votati al sociale, su quale sia la maniera più giusta per poter avere la propria vetrina di opportunità. Cè qiundi sempre qualcuno che si domanda cosa va sottolineato per essere più virtuosi e cosa vada utilizzato per essere più pragmatici, sempre nell’interesse di un benessere per la collettività. Rimanendo sull’esempio della tua regione, ti chiedo come ti trovi ad affrontare gli stereotipi che portano avanti molti visitatori, ma di cui, spesso, gli stessi Abruzzesi fanno largo uso ed abuso.
Pecore, pastorizia, arrosticini: quando io ti nomino questi tre elementi, tu come reagisci? Sei contenta? Ti fa ridere? Ti fa rabbia o ti fa sorridere perché comunque sono una parte della storia?».
A.F. «Guarda, ti dico che mi genera un insieme di reazioni… Mi fa ridere, ma mi fa anche rabbia. Sono aspetti che chiaramente costituiscono, ANCHE, le nostre radici. Io parlo, ANCHE, di pastorizia, come hai potuto leggere, e parlo di transumanza in un’ottica contemporanea, perché ci sono donne che hanno scelto, oggi, di fare le donne pastore, ma per motivi diversi rispetto al passato, decidendo di non perdere quella professione. Non è solo la nostra storia, alcune persone hanno scelto di vivere di quello ancora oggi; si tratta di sostentamento per buona parte della nostra regione. Non mi piace, però, che venga enfatizzata quella dimensione. Ti faccio un esempio. Io odio quelle frasi scritte sui bigliettini dei cioccolatini. Tutti quegli stereotipi possono magari aiutare a dare un input, no? Poi, però, sotto quella roba c’è tanto altro, quindi se io prendo il cioccolatino, leggo il biglietto e poi mi vado a cercare che cosa significa davvero quel messaggio, allora mi piace. Per questo assieme a Radici Edizioni cerchiamo di portare avanti operazioni di un certo tipo. Gianluca Salustri, l’editore, ha un adesivo bello grande in cui c’è scritto “Abruzzo non è solo arrosticini”, proprio per andare ad affrontare di petto quel problema serio a cui tu fai riferimento, lo stereotipo portato all’eccesso. L’Abruzzo è una regione che sa essere gentile ed accogliente e propositiva, ma non solo limitatamente al cibo».
C.: «Mi riallaccio proprio a questa tua riflessione sulle modalità di trattamento e ti chiedo se l’accoglienza della stampa, non dell’Abruzzo ma fuori regione, nei confronti del tuo libro c’è stata. E, se sì, ti domando ancora in che misura».
A.F.: «C’è stata, sì, ma non come volevo. Le storie di cui parlo sono universali. È vero che io sono partita dai paesaggi d’Abruzzo, è vero che la casa editrice Radici è abruzzese, ma siamo anche usciti dalla regione. Siamo stati qui a Roma, siamo stati a Sora, Torino, Treviso, però tendenzialmente è la stampa abruzzese che si è interessata. Ora, per carità, il sottotitolo di Scellerate è “storie di donne e scintille nei paesaggi d’Abruzzo” e dunque capisco… Però anche quando spieghiamo la valenza e l’universalità delle vicende di cui ho parlato, non tutti ne recepiscono il vero messaggio. C’è, ad esempio, un intero capitolo di donne che erano arrivate in Abruzzo, solo di passaggio e che poi invece sono rimaste. Si chiama “Primavera in abbondanza”, tratto proprio dal verso della Rosselli. Sono donne di tutte le provenienze, non solo da regioni non lontane come la Puglia, ad esempio, ma anche da altri Stati. Hanno tutte trovato qualcosa a cui “agganciarsi”. Ecco, secondo me noi, questo, dobbiamo fare: costruire una sorta di scambio con le altre realtà. Ricordo che a Treviso, nel corso di una presentazione, è venuto fuori un dibattito bellissimo in cui i Trevigiani hanno tirato fuori delle loro storie molto interessanti che potevano essere considerate assolutamente affini a quelle del mio libro».
C.: «Per un’eventuale prossima riedizione a questo punto vi propongo, a te ed all’editore, l’idea di aggiungere nel sottotitolo “E non solo” subito dopo “Storie di donne e scintille d’Abruzzo”. Darebbe, credo, una dimensione completa alla materia affrontata e lo si vedrebbe confermato immediatamente perché tu hai scritto un importante cappello introduttivo che, solo per citare alcuni esempi, abbraccia le concezioni e le differenziazioni del passaggio dell’antichità, fra le quali spicca il concetto hortus conclusus, ma anche altri punti di vista come quello anglosassone nella misura in cui un luogo influisce sull’essere umano: place identity. Si capisce subito che il saggio narrativo che ci stai presentando è di ampio respiro e quindi il “non solo” non sarebbe fuorviante, anzi costituirebbe, credo, una precisazione. In aggiunta, proprio perché credo nella versatilità del tuo testo, chiedo se, secondo te, si può riprodurre lo schema delle Scellerate fuori regione».
A.F.: «Innanzitutto i paesaggi hanno degli input che sono comunque riutilizzabili e spendibili, già questa sarebbe una basa comune su cui lavorare. Aggiungo poi che ovunque sono andata mi hanno detto frasi del tipo “Qui c’è la scellerata torinese”, oppure “anche qui a Treviso ci sono donne che hanno scelto…”. Quindi la risposta è nettamente sì, assolutamente. Lo schema delle Scellerate si può riprodurre anche in altre realtà geografiche».
C.: «Auspicando che questo accada e sperando quindi che ci siano sempre più Scellerate letterarie, il fenomeno potrebbe crescere sensibilmente di dimensione e quindi potrebbe attirare sempre più sostenitori, ma anche detrattori. A chi ti dirà (e che ti assicuro che purtroppo ce ne saranno tanti), che hai sfruttato il momento storico di riconsiderazione della sfera patriarcale in Italia per far uscire questo libro. Tu cosa rispondi?».
A.F.: «Che ho fatto bene! Non era nato con questi auspici, ma che cosa dobbiamo sfruttare se non un momento importante come questo? Considera che qualcuno mi ha già detto “Hai cavalcato l’onda”. In realtà ho solo seguito quello che era il mio sentire. Stiamo uscendo da un certo tipo di ottica, o perlomeno stiamo provando, e ti dico che è giusto farlo. Quando io e l’editore abbiamo cominciato a ragionare sulla pubblicazione, non abbiamo pensato a questo momento storico, io e Gianluca abbiamo semplicemente detto: “facciamolo”. Solo dopo, scrivendo e documentandomi, mi sono no resa conto della portata del mio lavoro. Vedevo sempre più che in Abruzzo non c’era qualcosa che desse la giusta voce alle donne, anche e soprattutto a livello culturale ed artistico. Non è un libro nato per cavalcare l’onda, però non posso negarti che questo sia stato un buon momento per farlo uscire. Ho avuto veramente un riscontro incredibile, ma non solo da parte delle donne, anche da parte degli uomini. Affronta una tematica di cui si sentiva bisogno. Si tratta di un argomento caldo. Ne ho parlato con Alessio de Stefano della “Piccola biblioteca marsicana”. Anche lui, che fa un lavoro d’archivio preziosissimo, mi ha confermato che non c’è nulla di tutto ciò in Abruzzo e quindi Scellerate è andato anche a colmare un po’ quel vuoto. Dunque, a chi mi di dice che ho sfruttato l’onda io rispondo: “Non era un mio obiettivo, ma ben venga!”».
C.: «E a chi ti dice che senza il taglio dello “sguardo femminile” sarebbe stato un testo meno valido, tu cosa rispondi?».
A.F.: «No, perché c’è un lavoro di scrittura e di ricerca notevole alle spalle. Poi, certamente c’è una linea intimista che ho voluto dare dall’inizio e che rappresenta, senz’altro, un valore aggiunto, però secondo me il libro è valido a prescindere. Il discorso del taglio femminile rimane perché, semplicemente, non c’era stato prima… L’operato femminile aveva avuto pochissima voce. Quindi se oggi ci sono più sguardi e più voci di donne, qual è il problema? C’è ancora da recuperare tutto quello che non abbiamo fatto e non abbiamo dato in precedenza, è vero. Ma al di là di questa esigenza, il testo rimane comunque valido».
C.: «Considerato quello che, a tutti gli effetti, Scellerate è, valle a dire un successo, le prossime pubblicazioni a cui ti dedicherai saranno su questa falsa riga oppure stai pensando a nuove “scintille” di ispirazione?».
A.F.: «Allora, mi hanno detto da più parti: “Fai Scellerate due”, oppure: “Fai gli Scellerati uomini” … Non è da me, non credo che farò qualcosa del genere. Tutt’al più, posso ipotizzare una versione per bambini o una lettura che sia di spunto per le ragazze. Ho voglia, invece, di fare qualcos’altro, ho tante idee nel cassetto perché è vero che sono una grande lettrice, ma sono anche una che scrive tanto e da sempre. Ho un progetto a cui sto pensando da un po’, ma è narrativa. Vedremo. Non mi sbilancio perché non posso dire nulla».
C.: «OK, saremo in finestra ad aspettare novità, restiamo intanto sulle Scellerate… Cosa rimarrà, secondo te, del Il tuo libro? Oggi c’è una maggiore sensibilità sull’argomento. Il tuo è un saggio molto valido, in cui anche io credo molto, ed un testo che risente inevitabilmente del nostro tempo. Se la Storia proseguirà evolvendo nella maniera più sana, tra trent’anni “Scellerate” sarà un ricordo di quando c’era una consapevolezza minore della nostra società, oppure sarà sempre e comunque un punto da cui ripartire? Penso magari ad un confronto con quei libri sulla Seconda guerra mondiale, pubblicati negli anni ’50, che abbiamo letto soprattutto a scuola e che ancora leggiamo. Mi chiedo se sia davvero cambiata la situazione. Allo stesso modo mi chiedo e ti chiedo: saremo dunque davvero cambiati nel prossimo futuro o ci ritroveremo esattamente dove ci troviamo oggi?».
A.F.: «Dipenderà da quell’onda di cui parlavamo. Nel bene e nel male ci sono dei movimenti che sono determinanti. Ci sono libri validissimi che sono passati in sordina e libri terribili che invece hanno fatto molto rumore e non solo di narrativa ma anche la saggistica. È difficile fare una previsione su questo. Nel mio caso ti dico che, per sperare in una maggiore affermazione bisognerebbe, anche, uscire dall’Abruzzo. Ho tantissime colleghe che a scuola lo stanno facendo leggere, però si parla sempre delle mie zone e di questo preciso momento storico. Se l’onda proseguirà e se riusciremo ad oltrepassare un po’ di più confini regionali, allora forse, ci saranno più possibilità che il testo rimanga nel tempo. Certo, sarebbe bellissimo. Ci ho lavorato tanto, so che è un testo valido e vorrei che fosse preso in considerazione sotto i suoi vari punti di vista. Nelle ultime pagine del libro ho inserito anche tre storie di narrativa pura in modo tale che facessero da contraltare alle pagine di saggistica precedenti. Ne ho parlato con l’editore a cui ho detto espressamente che volevo mettere anche quest’altro lato di me, quello narrativo, per dare un affresco più completo dell’epoca storica. Volevo che fosse ben percepita. I racconti infatti sono in gran parte inerenti alla mia personale adolescenza. Sono un’insegnante e ci lavoro con queste dinamiche. A scuola, con i ragazzi, prendiamo i libri e li sottolineiamo, li massacriamo, li studiamo, ragioniamo eventualmente sulle trame e questo lo facciamo soprattutto in relazione alla storia ed alle epoche vissute. Quindi io so cosa significa un libro riuscito, dove va e dove si sedimenta».
C.: «Concluderei con questa domanda che più di altre investiga sul futuro possibile.
La chiave del tuo libro sta proprio in quell’equilibrio, a cui hai dedicato così tanta attenzione, tra arte, cultura, storia e scienza, narrazione e sfera intimistica. Il titolo che hai scelto, “Scellerate”, è una positiva dichiarazione d’intenti. Hai scisso lo “scelus”, la malvagità, dal termine dando un’accezione del tutto nuova perché si riferisce a una donna che in maniera scellerata rispetto al contorno sociale e storico all’epoca sceglie un’altra via, non quella che le era stata destinata, diventando quindi anche lei una Scelerata agli occhi del suo contesto collettivo. Questa scelleratezza, nelle sue sfumature, sarà sempre un valore positivo e condivisibile oppure sarà differente a seconda delle epoche future? Se la società cambiasse, la scellerata avrà una valenza positiva così come tu adesso la intendi? Se le situazioni dovessero modificarsi in maniera migliore, cosa sarà allora per te la Scelleratezza calata in un’altra epoca?».
A.F.: «Mi viene in mente un esempio su tutti, Ulisse. Dante lo mette all’inferno. Oggi, per noi Ulisse è l’eroe della curiosità che ci spinge ad andare sempre più avanti, perché noi siamo uomini e donne del nostro tempo. Che ci piaccia o no, la società che abbiamo intorno ci influenza. Io mi auguro che le prossime epoche storiche determinino questo tipo di influenza.
Se, in futuro, le donne potranno tranquillamente essere se stesse e quindi potranno trovare la loro natura, allora vuol dire che anche questo libro sarà servito a qualcosa».
C.: «Intendi dire che avranno avuto le giuste informazioni per rimanere scellerate dentro di loro e per poter cambiare la loro società?».
A.F. «Esattamente questo. Ed io me lo auguro, a prescindere dalla fortuna che avrà il mio libro».
C.: «Era Antonella Finucci, autrice di “Scellerate – storie di donne e scintille nei paesaggi d’Abruzzo”, Radici edizioni. Grazie Antonella».
A.F.: «Grazie mille a te Francesco, a tutti voi di Culturalismi».
Foto dell’autrice e foto della copertina del libro by Francesco Bordi © tutti i diritti riservati
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