di Silvia Bordi
La grande onda di Kanagawa ha superato nuovamente i confini nazionali, sollevandosi davanti agli occhi attoniti dei visitatori del Museo Nazionale di Cracovia per oltre un secolo e questa primavera ha raggiunto la città eterna, abbracciando simbolicamente la conchiglia di marmo nel cortile di Palazzo Bonaparte.
È qui che Arthemisia e lo spazio di Generali Valore e Cultura ospita l’attesissima mostra: “Hokusai. Il grande maestro dell’arte giapponese” dal 27 Marzo al 29 Giugno 2026.
Non solo spuma di mare, ma anche bollicine di Trentodoc ad accompagnare l’inaugurazione.
Al di sotto dell’elemento architettonico della conchiglia, tra le colonne e le arcate dell’edificio storico, Andrzej Szczerski, direttore del Museo Nazionale di Cracovia, narra al pubblico italiano il viaggio dell’arte di Hokusai dal Giappone alla Polonia: “lo dobbiamo a Feliks Jasienski, critico e collezionista di arte polacca e internazionale”.
Eccentrico e anticonformista Jasienski giunge in Giappone nel momento in cui vengono tracciate le rotte commerciali con l’occidente e hanno inizio i rapporti diplomatici. Appassionato dell’arte giapponese fino all’ossessione, nel 1920 il collezionista che vive l’arte come esperienza totale, dona al Museo Nazionale di Cracovia la sua raccolta – migliaia di stampe Ukiyo-e e 15.000 oggetti. Del Giappone, Jasienski ammira anche il modello identitario-culturale, tanto da sostenere che i polacchi debbano imparare dai Giapponesi come essere cittadini del proprio paese, all’epoca diviso tra tre imperi.
La professoressa Alessandra Taccone, presidente della Fondazione Terzo Pilastro che è anche partner della mostra, pone l’accento sull’alto valore politico della mostra come celebrazione dei 160 anni di relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone in un tempo segnato da profondi conflitti in cui l’Occidente è frammentato tra le tensioni dei paesi orientali con quelli mediorientali e gli Usa.
“Intendiamo riaffermare la cultura come diplomazia della bellezza, capace di abbattere i muri e promuovere un linguaggio universale di pace”
Si affievolisce il presente sotto le luci soffuse della sala, i visitatori sospesi tra monti e cieli, sono accolti da un inchino, la proiezione di una e più ombre: eleganti profili di donne in abito tradizionale con un ventaglio tra le dita, si voltano appena a guardare il viandante, malcelate da una parete in carta di riso. È la prima tra le installazioni che la visita nell’arte e nel passato riserva a chi scopre le vie di un Giappone dimenticato, mentre un drago osserva il passaggio di chi incontra il suo sguardo, si tratta di una scultura che evoca l’anno di nascita del maestro dell’arte giapponese, nonché il potere rigenerativo della creatività.
Hokusai infatti è nato nel 1760, l’anno del drago, creatura sinuosa che appartiene tanto alla dimensione dell’acqua, quanto a quella dei cieli e il cui movimento segue le linee curvilinee del suo corpo: maestoso come un’onda, fluido e armonioso come lo scorrere di un ruscello, passaggio e trasformazione. Una donna sulla soglia della porta di casa saluta due passanti, ci troviamo alla stazione di Totsuka e questa è la rappresentazione di una delle prime stampe xilografiche del percorso, una delle cinquantatré fermate di Tokaido, “la via del mare dell’est”.
I visitatori aleggiano nel mondo dell’Ukiyo-e, termine con cui vengono indicate le “immagini del mondo fluttuante”, vissuto e restituito come momento e movimento, attimo e mutamento: la vita umana non ha corpo, o architettura che possa sopravvivere al tempo, è impermanenza e respira alle pendici delle alture. Alcuni sono in viaggio, altri si fermano sotto un albero e suonano qualche strumento, sono queste le figure umane che abitano le xilografie e danno il benvenuto all’osservatore, come un ospite.
Tra le stampe qualche oggetto, un Daikoku ad esempio, scultura giapponese di età Edo, divinità protettrice della casa, garante di fortuna, ricchezza e prosperità, testimone dell’ascesa del ceto mercantile.
Qui si muove il visitatore, fino ad essere abbracciato dalla nebbia che avvolge il monte Fuji.
“Fermata Chiryu. Veduta del tempio sullo stagno” è il titolo attribuito alla stampa e lo sguardo cambia, si accompagna al silenzio ed una presenza reale cui si deve rispetto e distanza: il monte Fuji è fermo e immutabile, anche nel mondo fluttuante, sono le stagioni a mutare tutte intorno, a stravolgono il paesaggio e l’umano divenire.
Ora diviene airone il visitatore della mostra che vola di stazione in stazione ed è di nuovo luce proprio nel momento in cui due donne hanno acceso una lanterna, giusto una xilografia più in là, forse appartengono a loro i pettini ritratti nella stampa a seguire. Altre due donne abitano una xilografia vicina, con loro c’è un bambino ed un secchiello. Alla fermata Ishibe un pruno è in fiore, una fermata ancora ed una donna taglia le verdure.
Proseguiamo… Non più stampe ma abiti e, un passo più in là, scarpe tradizionali che tra i riflessi delle luci dei vetri si può immaginare di indossare.
Dalla nebbia di un momento, racconta il pittore, nacque “La veduta dei cento ponti” che ora si staglia davanti ai nostri occhi.
Improvvismanete la nebbia si dirada e lascia spazio alle xilografie delle cascate: non ce ne è una che riproduca il movimento o le forme dell’altra. L’acqua delle cascate, scorrendo, ci indica dove guardare fiancheggiando la vegetazione o qualche solitaria abitazione come nella stampa: “Cascata Ono sulla strada del Kisokaido”. Incontriamo invece la presenza umana alla “Cascata Aoigaoka nella provincia di Edo”. Alcune scorrono sinuose come il volo del drago, altre scendono a picco, talvolta mischiandosi tra spuma e nuvole. Il visitatore può così sentirne il fragore nella Sala delle Cascate, spazio in cui diverse istallazioni ci danno il benvenuto, mentre si immerge nel vivo spettacolo dell’acqua in movimento.
Il ritratto di Feliks Jasienski non solo permette di ricordarlo come un appassionato della cultura e dell’arte giapponese, ma colloca anche la sua figura all’interno del contesto culturale che ha valorizzato e al quale ha dedicato la sua vita. Alcuni vasi, ed esempio, sono contenitori e contenuto di significato con le loro rappresentazioni di vita quotidiana sulla superficie.
Nelle xilografie a seguire l’acqua non precipita, ma si innalza e si eleva fin sopra ai cieli. È il mare che muta in sé e fuori di sé: non ha mani, ma ha presa sulla vita umana e avvolge in una morsa improvvisa la nave che si trova nel grembo furioso di una schiuma – che pure partecipa alla costruzione del senso. Se lo spettatore non fa attenzione, ci si ritrova dentro. È forse questo il segreto dell’Onda di Kanagawa, ragione per cui è la seconda opera d’arte più conosciuta al mondo dopo la Gioconda.
Girando l’angolo, l’incontro non è più con l’arte, bensì con l’artista: Katsushika Hokusai, seduto su una pietra nei panni di un pescatore. Dal suo autoritratto ci regala un’espressione serena con la canna da pesca alla sua destra e un kiseru tra le labbra (tipica pipa giapponese).
Il secondo piano dell’edificio in cui si articola il percorso d’arte è un viaggio metaforico in cui non seguiamo la scia di un treno, ma il segno delle parole, della letteratura con le sue leggende, eroi ed eroine, nondimeno le poesie e la cultura classica. Troviamo i manga, non per come li conosciamo nella nostra accezione moderna, bensì: “disegni che fuoriescono liberamente dal pennello”, così come li definisce il pittore stesso.
Le onde non sono finite, anzi attendono il visitatore presso una sala la cui installazione prende il sopravvento sul nostro spirito di fronte alla meraviglia e al terrore di ciò che irrompe e non resta nella nostra umana impermanenza.
Al termine del nostro viaggio ci vengono incontro gli yōkai, creature soprannaturali. Persino nel mondo fluttuante di un artista come Hokusai c’è spazio per demoni e fantasmi, sono infatti protagonisti di storie morali o folkloristiche.
Non c’è luogo sulla terra, o nel nostro animo, che non sia riservato ai mostri, occorre senz’altro ascoltare i loro racconti e concedere uno sguardo ai loro grotteschi volti perché non abbiano il sopravvento sulla nostra umanità.
L’arte di Hokusai è una poesia a colori e non si presta a essere unicamente letta, o recitata: è un linguaggio visivo, eredità di significato senza la quale le ballerine di Monet sarebbero rimaste alla sbarra e i girasoli di Van Gogh non sarebbero mai sbocciati. Non mero giapponismo, ma una visione di luce in cui la natura non è istanza muta da riportare su una stampa, ma energia in continuo movimento. Una prospettiva artistica e, se vogliamo, etica per chi compie un viaggio sulla stessa terra di chi ce la racconta.
Gli scatti fotografici all’interno della mostra sono stati realizzati da Silvia Bordi per Culturalismi ©


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