di Fracesco Bordi
È sicuramete lui!
Eh sì, avete letto più che bene, “lui” e non “esso”, oppure “questo”. L’ho umanizzato, anzi… L’ho effettivamente personalizzato. Lui: l’interogativo degli interrogativi a partire dall’età in cui cominciamo a ragionare in prospettiva.
Cosa succedede, o meglio… Dove si va… DOPO?
Esatto, ancora una volta avete ben intuito.
Ci sono stati (e ci sono) molteplici autori che si sono domandati, chi con approccio saggistico, chi a livello narrativo e chi con fare umoristico, dov’è che andiamo dopo aver smesso di respirare, dopo che il cervello non invia più i suoi preziosi messaggi al resto del corpo, dopo che il nostro motore pulsante, che risiede nel petto, decide di non effettuare più i consueti fondamentali esercizi.
Gli uomini di religione e di fede hanno risposte certe e ce le espongono con estrema sicurezza nei loro scritti. I sostenitori della scienza si basano sui fatti e, dati alla mano, aggiornano i loro manuali. In ambito letterario poi c’è chi si lancia in visioni ultra-romantiche, seguono poi i seguaci nichilisti arrivando, quindi, agli umoristi e agli amanti della satira che vedono l’esperienza ultraterrena come fertile terreno per metafore di aspetti circoscritti del mondo dei vivi o come occasione per ridere ed esorcizzare la spaventosa signora con la falce. E poi…
Poi c’è “Santo cielo” di Éric Chevillard.
Ho umanizzato la domanda proprio pensando all’istrionico autore francese che, assolutamente, non riesce a concepire un luogo che sia solo un sito in cui accade un fatto e si sviluppa una trama. No, Signori! Troppo facile. Altrimenti i tipi di Prehistorica Editore non avrebbero certo ideato la “chevillardiana”, un’intera collana solo per lui. No, cari lettori. In Chevillard tutto è tremendamente pulsante e prorompente, fin quasi a diventare bonariamente molesto: luoghi, animali fantastici, entità e persino i concetti. In Chevillard tutto è vita, sempre, anche la morte e questo vale ugualmente per gli interrogativi intorno alla sua figura ed alla sua letteratura; ogni volta si tratta di “chi(?)” e mai di “cosa(?)”.
Accade così che la prematura scomparsa di Albert Moindre, investito dal furgoncino per le consegne Olive & Datteri, diventi il pretesto narrativo per un’analisi “paradisiaca” da parte dell’autore.
Ci troviamo dunque in una sorta di Paradiso che, però, non è esattamente un luogo. Ci sono degli “uffici di riferimento” con tanto di targhe (che dividono i capitoli del testo), ma non sono appese su delle vere e proprie porte. Si percepiscono delle voci celestiali, ma non se ne vede la provenienza. Vengono ravvisati i corpi dei trapassati, ma sono dai contorni appena accennati e, per di più in alcuni momenti, gli arti superiori ed inferiori sembrano mancare all’appello. Albert si scopre, con grande stupore, ad intergire con altre anime che si aggirano in questa dimensione, ma non le scorge, ne percepisce solamente i pensieri, quasi per intuizione. Unica figura fisica effettivamente visibile è un «angelo preistorico» preposto ad una maggiore interazione con i morti proprio per le sue fattezze primordiali che rimandano ad un’epoca in cui gli esseri umani erano meno corrotti e quindi più puri.
Gli interrogativi del protagonista sono tanti in merito alla sua nuova situazione, ma in questa dimensione viene negata ogni risposta ed ecco qui il leitmotiv dell’intero romanzo. Il titolo originale è “Juste ciel” che, oltre ad essere la nota esclamazione con cui è stato giustamente, (appunto), tradotto lo scritto, fa riferimento anche alle altre accezioni dell’aggettivo: equo, giusto, corretto, adeguato, doverso. Duque questo cielo in cui si trova Albert, anzi… Questo cielo con cui Albert e le altre anime note e meno note interagiscono, è davvero giusto?
I trapassati si trovano improvvismanete in una condizione ultraterrena, ma ancora con i medesimi processi mentali in atto. Hanno, quindi, interrogativi, ansie ed esigenze, sebbene in una maniera ridemensionata, a cui però non viene dato seguito. Hanno sensazioni corporee nonostante siano stati privati del loro organismo ed hanno memoria della vita terrena, con conseguente rimpianto per i cari da cui, loro malgrado, si sono separati. Si sarebbero aspettati delle atmosfere perlomeno simili a quel tipo di scenari osservati molte volte, da vivi, nei quadri ottocenteschi permeati di beatitudine e felicità dell’Eden, invece in questo “Paradiso” si ritrovano non solo ad essere derisi per le loro colpe ed i mancati risultati raggiunti ma anche minacciati con non ben specificate prossime punizioni.
Dunque che Paradiso sarebbe questo non-luogo in cui l’ingegnere manutentore di ponti trasbordatori Albert Moindre cerca ansiosamente con il «pensiero» la moglie e la figlia sulla terra preoccupandosi per la loro sorte? Dove la quasi Miss Colorado 1931, Clarisse, si lamenta ancora, costantemente, per essere stata derubata del suo titolo? Un Paradiso in cui una serie di artisti del calibro di Caravaggio e Rembrandt oppure musicisti come Mozart e Wagner vengono addirittura inseriti all’interno di celestiali classifiche di qualità in posizioni anche piuttosto distanti fra loro ma comunque «insindacabili», a prescindere dal gusto, perchè basate sull’«evidenza»?
Il povero e sottomesso Albert, il cui cognome invece rafforza la necessità di ribadire la sua personalità con quel “MOI-” iniziale, come giustamente evidenziava Paolo di Paolo nella sua prefazione, arriva addirittura ad ipotizzare che tutta questa struttura-entità paradisiaca sia solamente il frutto del coma sopraggiunto nel corso del suo incidente, ma non è la direzione che lo scrittore dei Pays de la Loire sembra voler dare alla sua esperienza narrativa. Tanti sono i dubbi del suo protagonista in merito. L’ingegnere ormai trapassato, per comprendere se davvero si trovi nell’alto dei cieli oppure in terra, tenta frequentemente alcune ilari «ginnastiche spirituali» come ad esempio fare una ruota (senza corpo), sputare, mentire, volare ed addirittura avere un’erezione. Nulla di quanto ha fatto, però, sembra poter confermere o smentire la sua effettiva presenza in questo Paradiso.
Chevillard nel suo Santo Cielo racchiude così tutti gli approcci all’al di là che hanno sempre orientato la narrazione del post-mortem. Religione, ironia, ipotesi scientifiche e metafore vengono tutte lanciate prepotentemente contro il povero Albert che per tutto il tempo a sua disposizione si domada quanto questo «ciel» sia «juste». La questione non verte sull’ingiustiza della morte che sopraggiunge sull’essere umano costringendolo a dire addio per sempre ad affetti, passioni, e progetti di vita non conclusi, ma su quanto potrebbe essere giusto il giudizio supremo una volta che si è giunti presso un’eventuale dimensione ultraterrena.
Nel finale l’esperienza celeste del protagonista lascia al lettore un piccolo margine circa la prospettiva di compensazione. In sostanza il Paradiso chevillardiano si potrebbe forse allineare, in un certo senso, a quegli orintamenti interpretativi che vedono il destino della anime cambiare in base alle azioni compiute in vita, ma siamo sicuri che le basi della valutazione siano eque?
Chi decide quando togliere un’anima dal suo corpo? Chi stabilisce “quanto corpo” portare in Paradiso? Chi stila l’elenco delle classifiche delle persone e dei loro talenti? Quanto conta aver causato un’incidente senza volerlo e quanto sono importanti i piccoli gesti quotidiani nell’economia della vita eterna?
Tutto questo al Paradiso non interessa, la sua volontà è insindacabile, ma d’altronde ad Éric Chevillard non interessa il Paradiso. Quello che davvero ci vuole mostrare è che la scintilla intellettiva di un uomo può davvero non spegnersi mai. Se anche la morte spezza e disfa tutto ciò che conosciamo, forse, quel piglio e quella vivacità che ha contraddistinto un uomo nel corso della propria vita non sarà davvero annullato, benché l’evidenza sembri dirci il contrario.
All’«evidenza» dei fatti, l’autore contrappone l’evidenza del genio umano inteso come la capacità di andare oltre. Chevillard così va oltre tutto quanto: va oltre l’ironia, oltre la metafora, oltre la critica e la narrazione.
In ogni scritto, con il suo spiccato ego letterario e con la sua massiccia carica umanista, Éric è andato oltre la letteratura portandola ad uno stadio differente da quello che di norma incontriamo.
Dunque non c’è nulla di cui stupirsi se il suo Albert Moindre si spinge al di là della morte e ben oltre il giudizio supremo cercando, con tutta la sua Umanità, di convicere e di convincerci, che le Ciel vraiment juste è quello che riconosce come la ubris creativa ed intellettiva, la tracotanza di chi si pone domande sfidando il divino, possa di fatto NON essere un difetto capitale.
“Santo cielo” di Éric Chevillard, Valeggio sul Mincio, Prehistorica Editore, 2025
Titolo originale: Juste ciel
Elaborazione grafica dell’immagine by Francesco Bordi © tutti i diritti riservati


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