di Francesco Bordi
Da che parte state, amici lettori?
Quando leggete (e quando scrivete) sapete da subito per chi parteggerete?
C’è chi preferisce attendere per capire dove (conviene) schierarsi. Poi ci sono quelli che assolutamente non prendono posizione, quindi vengono gli indecisi a corrente alternata e infine gli schierati assoluti, chi più o meno. Ah, poi c’è…
Poi c’è lei.
Poi c’è Lara Gallet, che ha scelto fin dalle sue primissime ore da autrice di raccontarci le storie dei meno fortunati. Si è subito schierata dalla parte di quei personaggi borderline che entrano ed escono dalla quotidianità nota ai più, vissuta però alla loro maniera. Una vita come potrebbe essere quella degli inetti cronici (nel senso dei non adatti alla vita di sveviana memoria) così declinati nei tredici racconti di “Carne di cane“, edito dagli indipendentissimi di Catartica Edizioni. Ritroviamo così, ad esempio, i classici disoccupati che si arrabattano per campare, ma anche i disoccupati da se stessi, o dalla realtà o ancora dalla vita dei rapporti umani.
I protagonisti di “Un autunno fortunato”, ad esempio, non sono degli Asiatici propriamente integrati nello Stivale, così come accade per un’altra categoria affrontata, quella dei lavoratori vergognosamente sfruttati – più corretto dire <imprigionati> – in un altro dei racconti, “Tornó a casa veloce, come il vento”: una storia di caporalato del Norditalia possibilmente più umiliante di quanto normalmente si possa immaginare.
Esistenze di gente che prova a (soprav)vivere nell’indigenza arrabattansosi, come gli pseudo-criminali di “Dognapping” , o di chi cerca di vincere sia la povertà che la noia nel senso più cupo del termine, come ne “La Camaro” di Buzz, Renato e del meccanico, o ancora troviamo chi si sforza di non soccombere a se stessa: proprio lei, la donna de “Ho il cuore lacero”.
Fanno tutti quanti una vita da cane che è, appunto, il fil rouge delle tredici storie. I molossidi, infatti, quantomeno quelli meno fortunati, campano di stenti. Sono randagi, sopravvivono con quello che trovano per le strade, vengono maltrattati, anche uccisi, per ripicca e frustazione e, quando va davvero bene, vengono nutriti con gli scarti: <Fa schifo, dallo al cane!”> Mai sentito?
“Carne di cane” non è quindi solo il titolo di uno dei racconti, nonché di tutta questa antologia della mala urbanizzazione, ma è anche un accostamento sensoriale che sintetizza perfettamente l’atmosfera del testo.
“Carne” come pasto da procacciarsi quotidianamente nei modi più disparati, ma anche espressione dispregiativa con cui vengono identificati coloro che non hanno nulla da perdere e rischiano la vita per un effimero ritorno : <carne da macello>. Potete leggere “La cavia”, per intenderci meglio. Ma “carne” è anche una parola definitiva, carne morta… Proprio come quella carne di cane dell’omonimo racconto che poi ha regalato il titolo all’intera raccolta.
Come dite? Perché dovreste leggere di sfigati, di cani e di tristi storie di stranieri non integrati?
Perché questi racconti sono tutto, davvero tutto, tranne che tristi.
Lara affronta tutti i personaggi ed i relativi disagi in mille modi diversi. Sarcastica nei dialoghi, grottesca nelle descrizioni delle loro follie, dettagliatissima nell’evocare un territorio di confine, non in senso geografico, che inevitabilmente doveva dar vita a macchiette umane tanto improbabili quanto vere. Caselli autostradali, capannoni isolati nelle campagne, centri commerciali fantasma… Terre di nessuno e di tutti in cui la maggior parte della società si trova a disagio, ma non loro che (le) vivono da cani.
Il registro narrativo però è quello che mi ha maggiormente attratto nello stile dell’autrice lombarda. Il passaggio, o meglio… la “sterzata” narrativa (domando scusa, io la chiamo cosi) è generalmente la tecnica che mi dà più soddisfazione in assoluto, tanto quanto la leggo, tanto quando scrivo i miei personali lavori autorali.
Lara passa dagli incipit in stile country americano al surreale sdoganato, dalle descrizioni della natura estremamente poetiche al politicamente (e fortemente) scorretto. Allo stesso modo ama le chiose quasi filosofiche ed epiche passando però attraverso sfumature del pop assoluto e poi di quel pop tipico del no man’s land, come dicono quelli bravi.
Gradite forse degli esempi chiarificatori?
<Questo è tuo. Babbo Natale ha la diarrea e mi ha detto di portartelo. […] Oggi sono venuto io domani verrà lo gnomo> <L’elfo, papà>. <Sì quello. E se non viene papà lo prende a botte>.
<Grazie al temporale della sera prima il cielo si era ripulito e si stava bene. Le voci del mercato cittadino riempivano la strada. Era un caos leggero e moderato, un rumore di fondo e riposante>.
<Le donne sfoderavano i loro grossi seni per allattare piccole creature disorientare, i cani cacavano e pisciavano senza sosta. Momenti che la razza canina ricorderà come il festival dell’urina>.
<Alle volte il perché sta oltre le Colonne d’Ercole e l’uomo passa la vita a chiedersi se sia realmente esistito>.
Sono tutti estratti dal medesimo testo, un registro mutevole che l’autrice utilizza anche all’interno di uno stesso racconto.
Nel narrare i feriti del territorio che non c’è, ossia di zone che in molti vorrebbero non esistessero, Lara Gallet ha perseguito e trovato la sua dimensione di scrittura più congeniale.
Scegliere serenamente e senza costrizioni da che parte stare consente di ottenere risultati notevoli, perché solo in questo modo anche il più povero fra di noi ed il più inadatto alla vita sociale, propriamente detta, potrà ritenere di non avere una vita da cane.
La condizione di poter scegliere è sinonimo di libertà. Ecco che cosa fa la mamma di questi tredici racconti: sceglie da che parte stare, sceglie di dar voce a chi, per imposizioni esterne o per traumi intimi, non ha troppa scelta perché non ha gli strumenti per farlo… Gente che deve reinventarsi quotidianamente per portare a casa la giornata evitando di fare una brutta fine, psicologicamente e fisicamente, evitando di finire come una carne di cane e riuscendo magari a mantenere una certa autoironia malinconica che solo chi vive ai margini può davvero indossare.
“Carne di cane”, di Lara Gallet, Rende (CS), Catartica Edizioni, 2025
Foto di Francesco Bordi © tutti i diritti riservati


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