di Francesco Bordi
«Sette pazze».
Questo l’incipit di Lydie Salvayre per iniziare il racconto delle donne che per lei sono state, e rimangono ancora oggi, una sorta di guida, sia in letteratura che nell’approccio alla vita.
Emily Brontë, Djuna Barnes, Sylvia Plath, Colette, Marina Cvetaeva, Virgina Woolf, Ingeborg Bachmann.
Ma perché sono state delle «pazze» queste autrici? E perché meritano un approfondimento così intenso agli occhi della scrittrice, forse, la più istrionica di sempre che abbia vinto il premio Goncourt? Sarà per il suo passato da psichiatra? Plausibile, ma il vero fuoco dell’ispirazione si è acceso in lei dopo aver avvertito sulla propria pelle quanto Emily Brontë e le sue “sorelle” chiamate a “raccolta” fossero andate, coraggiosamente e quasi inconscientemente, contro tutto e contro tutti pur di rivendicare la propria anima.
Per queste «sette temerarie» non esisteva politica in grado di arginarle, non sussistevano pressanti convenzioni sociali degne di essere rispettate e… quanto agli obblighi familiari che potessero trattenerle… beh, non avevano alcun senso.
Erano donne in tempi non sempre facili per il loro sesso, soffrivano in maniera ingiusta e deprecabile, spesso all’interno della loro stessa sfera affettiva, erano imbevute di arte e passione, erano anticonvenzionali per natura nonchè per loro cultura e dunque comprendevano che non esistava un solo vero motivo per non essere libere e per non pretendere di poter comunicare ciò che volevano.
LORO VOLEVANO E DOVEVANO ESISTERE, nel senso più pieno del termine.
Uno solo, però, ai loro occhi, era il mezzo per esistere davvero e, come avrete già capito cari colleghi lettori, era proprio quella la scrittura che non era solo un dar voce alle proprie idee. Si trattava, a seconda dell’autrice abbracciata di volta in volta, di una scrittura che fosse anche arma di difesa, o ancora strumento di contrapposizione, certamente, ma più spesso era una scrittura che conicideva con l’esistenza stessa: «Non si tratta di vivere e scrivere, ma di vivere-scrivere», ci dice una delle sette e vi invito a scoprire qual è…
Ora… Potrei anche condividere (e lo farò) dei tratti importanti di queste “Sette donne” che non godono, tutte, della medesima fama letteraria.
Potrei dirvi che l’effetto delle parole scritte di Emily Brontë era stato scandalizzare i buoni salotti elitari londinesi fino ad indignarli. L’idea che forze “oscure”potessero essere anche affascinanti, travolgenti e che facessero parte della passione stessa non era un concetto digeribile per la società dell’Ottocento europeo, soprattutto se veniva espresso da una donna. L’autrice invece svelava implacabilmente «l’ipocresia che si cela dietro il santo matrimonio, la santa religione e la santa propietà privata» e questo il suo tempo proprio non poteva tollerarlo…
Posso sottolinearvi il fatto che per Djuna Barnes la scrittura è l’ossatura di un artista. In quanto tale l’artista può urlare le proprie emozioni e fare chiasso quanto più gli aggrada, soprattutto in quella Parigi della Belle Époque dove gli Americani di una certa sensibilità comunicativa potevano trovare la propria casa. Quell’artista ha amato tantissimo nella sua vita. È stata al centro della mondanità dell’epoca per poi fuggire il mondo con rancore. Voce del suo tempo come giornalista, scrittrice ed illustratrice, ma anche l’infelicità fatta persona. La disillusione esistenziale può fare davvero male.
Per Sylvia Plath, invece, porterò alla vostra attenzione la sua tendenza a considerare la comunicazione scritta da un lato «come l’acqua o come il pane, dice, o come qualcosa di assolutamente esssenziale», ma dall’altro scrivere per lei era anche un mezzo per dar voce ad un «io omicida con il quale fare i conti tutta la vita». Piena d’odio fino al collo, disperata per vedere le sue scritture prive dei riconoscimenti che meritano, Sylvia diventerà sempre più la poetessa dell’ironia feroce: i versi più belli in quel periodo tragico. Come spesso accade, il dolore ci porta a «percepire le cose con maggiore intensità», ma come ancor più spesso accade: l’onore per la Plath arriverà, davvero, solo dopo la sua prematura morte.
Non rinuncerò a ricordare che l’insolenza è il tratto, di norma, è più evidente in Colette, anche se questo già lo sapevamo. Grazie al suo approccio alla vita, infatti, l’autrice ed attrice francese riesce a fare dello scandalo un’arte, che è anche degna di essere ben retribuita. Il suo bacio a Madame de Morny ed il seno mostrato pubblicamente, entrambi i sul palcoscenico, oggi sono Storia ma all’epoca erano additati come esempi di «depravazione» e condannati dalla stampa, così come lo è stata la sua scrittura colma di vita, in tutte le su sfaccettature più intense.
Non posso esimimermi nemmeno dallo schiaffeggiare queste pagine bianche in cui scrivo attraverso Marina Cvetaeva, i cui versi sono il grido di una poetessa russa che ha ribrezzo del conformismo, a tutti i livelli. Marina è un esiliata che ha esigenza di verità e non accetta, fino alla sua morte, la sottomissione ad un’ideologia dominante. Lei deve «Strappare la maschera, e pazienza se con la maschera vengono via anche la pelle e la carne». Libertà, libertà e ancora libertà. Sarà questo il fulcro delle sue lunghe lettere con Boris Pasternak, prima l’amico della vita e poi, negli ultimi anni, la delusione di quella stessa vita.
Cosa accennare ancora di Virgina Woolf, se non quella grandissima intuizione letteraria di afferare la realtà, o meglio la verità di un attimo? «Afferrare l’attimo, il tempo che scorre. Afferrare i pezzettini di cui siamo fatti». Non importa in quale condizione sia quel frammento, anche se è deprimente non cè bisogno di nasconderlo. Si può dar voce ad ogni tipo di emozione a patto che ci sia il RITMO a supportare. Lo scrittore, per Virgina, ha un suo ritmo interiore, così come il cuore e le onde che si infrangono sulla riva. A fare lo scrittore è il ritmo, «se non sente quel ritmo interiore, non è uno scrittore»: la grande lezione, ancora una, dell’autrice britannica.
E che dire di Ingeborg Bachmann? Probabilmente la meno nota al grande pubblico fra tutte le «sette pazze»? Eppure è una delle figure più affascinanti e contradditorie, sentendo quelle costanti contraddizioni anche all’inteno di se stessa. Lei si può dire che viva l’angoscia del suo tempo. Scrive per denunciare e denunciarsi. È figlia di una uomo che si è schierato, senza esitare, al fianco di Hitler, ma ama un poeta ebreo sfuggito ai campi di concentranmento dove sono morti i suoi genitori (era un certo Paul Celan). Si interroga costanemente sul valore della scrittura e della lingua da utilizzare per diffonderla. Ha orrore dei conflitti e capisce, con dolore, che spesso «una guerra, anche dopo che è finita, continua in altre forme». L’autrice austriaca concepisce lo scrittore come una figura che si rivolge, senza abbellimenti, «ghirigori» e «squisitezze verbali» agli altri e al mondo portando la propria esperienza, ma il tempo in cui vive non sembra voler darle seguito.
Dunque… Quanto ho voluto evidenziare su questa pagina culturalista è un insieme di “chicche” letterarie sulle nostre sette eroine che, tuttavia, delle buone biografie potrebbero approfondire ed implementare le vostre letture. Ma allora perché leggere l’utimo titolo dei Ragazzacci di Prehistorica Editore? Perché ancora una volta Emily Brontë e Virginia Woolf? E perchè tutte le altre?
Per il “come”.
Certamente le “Sette donne” vanno lette per il “come”, cari miei lettori del bello, per il modo in cui ci vengono narrate. Perché la scrittrice franco-spagnola per eccellenza ha fatto sue queste sette vite e ce le ha ri-raccontate non inventandole, ma espandendole secondo il suo io, in base proprio a quel rumore e a quel ritmo, di woolfiana memoria, che creavano dentro di sè.
La Salvayre le adora, tutte quante. Ogni scrittrice ci viene introdotta da un incipit coinvolgente che desta, inevitabilmente, la nostra curiosità. Attraverso la tecnica del flashback e del forward ci dà la stessa sensazione di quando parte il trailer di una serie che stiamo per vedere: prima le anticipazioni e le sequenze chiave, poi lo svolgimento cronologico del racconto.
Lydye le ha lette e le rilegge mille volte tutte e sette, ma non per questo ne è obtenebrata. Da brava e lucida lettrice, ancora prima che scrittrice, vede tanto i loro difetti quanto le perplessità che ne derivano senza farcene mistero, fino al punto di confiderci che alcuni tratti del loro agire l’avevano resa incerta sul completamento di questa raccolta totalmente sui-generis.
Dalla sua risoluzione finale è uscito, invece, un titolo attraente che…
non è un’antologia, non è una raccolta di biografie e non è nemmeno un saggio.
Ci troviamo felicemente a sfogliare ciò che la stessa Lydie Salvayre rappresenta: una commistione di stili e caratteri che hanno come comune denominatore la visione del mondo.
Alcune delle sette donne, hanno subito violenza, tutte o quasi, sono state derise e si sono spente con una sofferenza immane.
Le loro esperienze private hanno inevitabilmente caratterizzato le loro scritture, ma tutte hanno avuto un solo faro, la fame di libertà, e tutte hanno utilizzato il medesimo strumento: la scrittura. Poetesse, giornaliste, scrittrici… Tutte declinazioni di una comunicazione che le ha viste coraggiosamente in prima linea, anche a scapito della loro stessa vita e della loro felicità.
Terminata la lettura di “Sette donne” ho instintivamente sentito la mancanza di una chiosa a conclusione dei profili amorevolmente regalati dall’autrice, ma poi ho capito che non c’era perchè… Ce ne erano già sette.
Lydye Salvayre è morta e rinata ogni volta che ci ha raccontato una delle sue “amiche”. Il loro crescere e farsi strada nelle difficoltà era il suo. La sua stessa tenacia nell’affrontare un mondo non facile, da cittadina francese nata da esuli in fuga durante la guerra civile spagnola. Non pienamente in grado di gestire una lingua risultante da quanto sentiva a scuola e per le strade contrapposta a quella che invece ascoltava fra le mura domestiche. I piccoli e grandi successi delle sette donne nelle lettere erano anche il suoi. I dubbi di una Marina Cvetaeva o di una Djuna Barnes erano gli stessi che avvertiva lei, le loro morti così come le loro rinascite nei successi letterari (spesso postuni) erano anche le sue.
A questo punto posso augurarvi buone (sette) rinascite, Amici lettori!
Godete degli aneddoti, delle emozioni e delle lezioni che queste pazze temerarie hanno saputo trasmettere a Lydie e che quindi sapranno trasmettere anche a noi con la non trascurabile differenza che, dal nostro lato, possiamo apprezzarle comodamente, mentre loro, per potersi esprimere liberamente, hanno sacrificato davvero tutto e per di più in epoche nemmeno così lontane.
“Sette donne” di Lydie Salvayre, Valeggio sul Mincio, Prehistorica Editore, 2025
Titolo originale: “7 femmes”
Immagine dell’articolo di Francesco Bordi © tutti i diritti riservati


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